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Una parodia del romanzo greco sarebbe, secondo alcuni studiosi, il «Satyricon».

Poche opere della letteratura mondiale sono segnate da zone d'ombra così numerose e dense: di quest'opera, infatti, sono incerti l'autore, la data di composizione, il titolo ed il suo significato, la sua estensione primitiva, la trama, il genere letterario a cui riferirlo.

L'autore

È accettabile l'identificazione del Petronio autore del «Satyricon» con l'omonimo personaggio descritto da Tacito in un memorabile «ritratto» nel XVI libro degli «Annales»?

Indubbiamente le consonanze tra il ritratto tacitiano e il tipo di autore che può aver composto un'opera come il «Satirycon» sono molteplici e suggestive: colto e raffinato ma amante del lusso e delle mollezze, dedito spregiudicatamente ai piaceri, protagonista della vita salottiera e notturna, «arbiter elegantiae» alla corte di Nerone, questo personaggio impresse il segno del suo stile perfino alla morte che gli fu imposta come complice della congiura pisoniana.

Fattosi recidere le vene, attese infatti la fine banchettando e conversando di poesia, senza omettere di denunciare i crimini dell'imperatore.

Non c'è nessuna prova concreta che colleghi il Petronio tacitiano al «Satirycon», eppure sono sempre in maggior numero i critici che sostengono questa identificazione.

La data di composizione

Anche se l'identità dell'autore, purtroppo, continua a restare nel vago e da adito a controversie forse inconciliabili, tutti gli elementi di datazione interni all'opera, le allusioni ai personaggi storici, i riferimenti economici ed istituzionali ricavabili dalla trama, l'ambiente in cui i vari personaggi si muovono, la lingua profondamente diversa dal latino letterario, sono tutti elementi che concordano per una datazione del «Satyricon» da collocare non oltre il principato di Nerone.

La struttura

Attraverso un codice del 1423 scoperto nel 1663 a Traù, in Dalmazia, da Pietro Petit, iniziante con «venerat iam tertius dies» (c. XXVI) e terminante con «fugimus» (c. LXXVIII), abbiamo parte dei ll.XV e XVI del romanzo a cui è attribuito il titolo di «Satyricon» o «Satyricon libri»: titolo che, se si accetta l'ultima dizione, si presume derivi dall'aggettivo greco a tre uscite e indichi la «satura» latina, ovvero un componimento di carattere vario e misto.

Il «Satyricon» è, infatti, una satura menippea con due digressioni poetiche: «Troiae halosis», in sessantacinque senari giambici (c. LXXXIX), parodia del carme intorno alla presa di Troia declamato da Nerone con l'accompagnamento della lira durante l'incendio di Roma, ed il «Bellum civile», in duecentonovantacinque esametri (c. CXIX-CXXIV), parodia dell'omonima opera di Lucano.

La prima parte del «Satyricon», non in nostro possesso, sembra fosse ambientata a Marsiglia (ed, infatti, si è anche ipotizzato che Petronio fosse originario di quelle zone); la seconda parte, invece, in una «graeca urbs», in una città greca o grecizzata e sicuramente di mare, data la presenza in essa di personaggi quasi tutti marinai, città che si è individuata in Cuma o in Terracina oppure in Pozzuoli.

L'opera si conclude con toni ironicamente dissacratori del gusto «macabro» tipico di Lucano: Eumolpo, uno dei quattro personaggi del romanzo, sbarcato a Crotone, spacciandosi per un ricco proprietario terriero, propone agli abitanti di quella città, che egli distingue in «imbroglioni» ed in «imbrogliati», di devolvere il proprio enorme, quanto fantastico, patrimonio a chi mangerà il suo cadavere.

La trama

Anche difficile è definire la trama dell'opera per i tagli, gli spostamenti, le interpolazioni subite dal testo nel corso del tempo: di sicuro il romanzo era preceduto da un lunghissimo antefatto, forse in quattordici libri, seguito da una parte di lunghezza imprecisabile. Le vicende, in prevalenza erotiche e furfantesche, non hanno un vero protagonista, ma risultano incentrate sulle avventure di due giovani: Ascilto, rozzo e brutale, che funge anche da narratore, ed Encolpio, giovane colto ma dissoluto, avvezzo a vivere di truffe e di espedienti, entrambi omosessuali ed innamorati dell'effeminato Gitone, adolescente bello, capriccioso e vizioso, secondo il Marchesi «il ritratto di una cortigiana», che si diverte a provocare scene di gelosia e litigi tra i due predetti compagni di viaggio.

Quarto protagonista è il vecchio Eumolpo, geniale e scostumato, critico, poeta e truffatore, altro omosessuale che si finge pedagogo solo per poter stare accanto ai tre giovani:

c. XCIV, 5-9

Chiuso dentro, io decido di togliermi la vita con un laccio. E già avevo legato la cintura alla sponda diritta in piedi contro il muro e introducevo il collo nel cappio... allorché, spalancatisi i battenti, Eumolpo fa il suo ingresso con Gitone e da quel passo fatale me richiama alla luce. [...] Appena [Gitone] ha così parlato, strappa al servitore di Eumolpo un rasoio, e, colpitosi una prima e una seconda volta alla gola, cade di schianto ai nostri piedi. Io caccio un grido di orrore, e, seguitolo nella caduta, cerco con il medesimo strumento di aprirmi una via alla morte. Ma né Gitone presentava una qualsiasi traccia di ferita, né io sentivo dolore alcuno. Si è che nella guaina c'era un rasoio senza filo, smussato a questo scopo, che gli apprendisti se ne servissero con la disinvoltura del barbiere. E perciò né il servitore si era spaventato a vedersi strappare lo strumento, né Eumolpo aveva interrotto quel suicidio da palcoscenico. (tr. ciaffi)

II tema del viaggio, con cui si apre il romanzo, ricorda le peregrinazioni dei «clerici vagantes», ma, mentre questi viaggiavano per diffondere la cultura, Ascilto ed Encolpio viaggiano per il desiderio di avventura e di nuove esperienze anticonformistiche.

D'altronde elemento conduttore è proprio la persecuzione di Ascilto da parte del dio Priapo, che lo ha reso impotente e lo ha fatto respingere dalla sua donna, Trifena (né mancano altri tipi femminili, di spudorata dissolutezza o di ipocrita virtù), costringendolo ad andare ramingo con gli amici per l'Italia meridionale.

E tipica di questo genere licenzioso, estraneo al mondo romano, è la «fabula» raccontata da Eumolpo della matrona di Efeso (c. CXI-CXII), una vedova "inconsolabile" che, dopo aver ceduto alle voglie di un soldato posto di guardia a un crocifisso, per una serie di circostanze finisce con l'esporre sulla croce la salma del marito per salvare l'amante.

c. CXII, 5-8

Ma il soldato, mentre, impaniato come era, si dava buon tempo, quando il giorno seguente vide una croce senza il cadavere, temendo il supplizio che si meritava, corse a narrar l'accaduto alla donna; e soggiunse che, senza aspettar la sentenza dei giudici, con la sua stessa spada egli avrebbe fatto giustizia della sua spensieratezza. Gli acconciasse pure il luogo per quando fosse morto, e preparasse la fatale sepoltura per l'amante e il marito insieme. La donna, non meno pietosa che casta, «Gli dei non vogliono - disse - che io debba vedere a un tempo le esequie dei due uomini che ho avuti più cari. Meglio impiccare un morto, che uccidere un vivo». Così detto, gli disse di togliere dall'arca il corpo di suo marito, e di attaccarlo alla croce che era rimasta vuota. Il soldato mise in opera il bel ritrovato della saggissima donna; e il giorno dopo la gente non sapeva capacitarsi, come il morto fosse andato da sé a mettersi in croce. (tr. CESAREO)

Gli inserti poetici

Frequente nel «Satyricon» è anche l'interruzione del racconto in prosa a favore di intervalli in versi (e di quelli più lunghi a noi pervenuti, «Troiae halosis» e «Bellum civile», si è già parlato in precedenza). Tali inserti poetici sono strutturati come interventi del narratore, il quale abbandona la sua storia per operare un commento, per lo più con funzione ironica in quanto non corrispondente per stile o contenuto o livello letterario alla situazione commentata, con una continua variazione, quindi, di tonalità tra sogni e realtà, tra illusioni e brusche ricadute.

La «Cena», ovvero il realismo petroniano

Originale in Petronio è la carica realistica, evidente nella famosissima «Cena Trimalchionis», un episodio che si estende dal cap. XXXI al cap. LXXVII.

La scuola di retorica, la pinacoteca, la piazza del mercato, il postribolo, il tempio, sono luoghi vivi e reali del mondo romano, non astratti e fuori del tempo, come nel romanzo greco, e Petronio in questi luoghi muove i personaggi della sua epoca, non tipici e quasi incasellati in «categorie» (come nelle satire), e li fa parlare nel loro linguaggio di tutti i giorni, nel «sermo cotidianus», per offrire ai lettori una visione della realtà disincantata ed oggettiva.

Ma è la «Cena» ad offrire maggiormente spunti per considerazioni: Trimalcione, uno schiavo arricchito, ma rimasto rozzo e «cafone», ha modo di fare sfoggio, nei capitoli in cui è di scena, della sua «cultura» e di ostentare le sue ricchezze in una cena-spettacolo che è un autentico trionfo del cattivo gusto.

E così, pur dicendo ai commensali di aver avuto il giorno precedente a cena persone più importanti di loro, fa servire il vino migliore, ad attestare una sua superiorità segno solo di «zoticaggine», né, durante il lungo e sontuoso banchetto, si astiene da innumerevoli atteggiamenti volgari e da esagerazioni paradossali, non lesinando percosse ai servi o pesanti offese a Fortunata, la «degna» e ingioiellatissima moglie. Anche nel chiedere ad Abinna, l'incisore di lapidi, a che punto sia la tomba ordinatagli, Trimalcione coglie l'occasione per descrivere le pompose decorazioni delle scene, che lo ritraggono in trionfo nella sua «casa» per l'eternità, e del proprio corteo funebre; e mostra perfino un orologio sul quale ha fatto incidere il suo nome, sicché chiunque legga l'ora è costretto a ricordarsi di lui. Un esempio...

c. XXXI, 2-4

Così finalmente ci mettemmo a tavola, con valletti di Alessandria che versavano acqua ghiacciata sulle mani, e altri che li rimpiazzavano ai piedi e con estrema precisione toglievano le pipite. E neppure questo servizio così ingrato li faceva star zitti, ma in quel mentre cantavano. Io volli provare se tutta la servitù cantava e chiesi allora da bere. Lì pronto mi secondò un valletto con un gorgheggio non meno stridulo, e così ogni altro a pregarlo di qualcosa.

Sembrava un coro di pantomimo, non il triclinio di un padre di famiglia.

Fu servito comunque un antipasto di gran classe, che tutti ormai erano a tavola, all'infuori di lui, Trimalcione, al quale in nuova usanza era riservato il primo posto. Quanto al vassoio, vi campeggiava un asinelio in corinzio con bisaccia, che aveva olive bianche in una tasca, nere nell'altra. Ricoprivano l'asinelio due piatti, su cui in margine stava scritto il nome di Trimalcione e il peso dell'argento. E vi avevano saldato ancora dei ponticelli, che sostenevano ghiri cosparsi di miele e papavero. E c'erano dei salsicciotti a sfrigolare su una graticola d'argento, e sotto la graticola susine di Siria con chicchi di melagrana (tr. ciaffi)

Petronio e la filosofia

Anche verso la filosofia ed i suoi esponenti Petronio non è tenero negli atteggiamenti, pur prendendo a prestito da essi espressioni tipiche.

Egli, in effetti, si pone in antitesi con Seneca e, servendosi di alcune sue frasi tipiche, le dissacra nei loro valori etici: ironizza insomma sulla filosofia facendo suo l'epitaffio che Trimalcione legge ai presenti: «Sono stato pio, forte, valoroso e non ho ascoltato i filosofi; possa fare ciò anche tu».

Così il romanzo, privato di ogni implicazione didascalica, si presenta come un grande affresco di un'intera epoca, con i suoi rivolgimenti sociali, le sue degenerazioni morali, i suoi compiacimenti dissacratori di una "classicità" sentita come anacronistica.

Il romanzo, in conclusione, esprime una vocazione satirica «incompleta» dominata dalla parodia, ma il ritenerlo solo parodia sarebbe senz'altro riduttivo.

Petronio in esso ha reinterpretato tutti i generi letterari nella loro storia ed i miti della propria epoca: Omero, Virgilio, la tragedia, l'elegia, la storia, la filosofia, il romanzo sentimentale, la novella, i mimi, le declamazioni, il racconto,...

Nel tempo

Dopo la scomparsa dell'originale, forse già dall'età dei Flavi, e le ampie sintesi («excerpta»), si deve al ritrovamento del frammento della «Cena Trimalchionis» un rinnovato interesse per l'opera, soprattutto in Francia da parte di Lallemand e Nodot.

Il romanzo, pur noto in Italia a partire dal primo quarto del quindicesimo secolo, non ha particolare risonanza anche per l'opposizione degli ambienti umanistici, saldamente legati ad una concezione profondamente moraleggiante e al pregiudizio della «classicità».

Il «Satiricon» ha registrato un vero e proprio rilancio nel nostro secolo, parallelamente alla rivalutazione della letteratura post-classica e/o anticlassica e alla caduta delle preclusioni moralistiche.

Ne sono state ricavate anche versioni cinematografiche da importanti registi italiani (Fellini).

ll SATIRICON

1 «Sono forse di un altro tipo le smanie che tormentano i declamatori quando affermano: "Queste ferite me le sono procurate per la libertà del paese; quest'occhio l'ho perso per voi; datemi una guida che mi guidi dai miei figli perché i garretti recisi non mi reggono più in piedi"? Sproloqui come questi sarebbero di per sé sopportabili se facilitassero la strada a quelli che vogliono darsi all'oratoria. Ma a forza di tirate piene di niente e frasi berciate a vanvera, il solo effetto che ne deriva è di farli sentire in un altro mondo non appena mettono piede nel foro. Ed è per questo, a parer mio, che nelle scuole i ragazzi rimbecilliscono perché non vedono e non sentono niente di quello che abbiamo sotto mano, ma solo pirati che tendono agguati sulle spiagge con tanto di catene, tiranni che emettono editti con l'ordine ai figli di tagliare la testa ai propri padri, responsi di oracoli che impongono di immolare tre o più verginelle per placare un'epidemia, o ancora bolle di parole in salsa di miele e tutti quei fatti e detti che sono come conditi col sesamo e il papavero.

2 Chi va avanti nutrendosi di questa roba, non può avere gusto più di quanto non profumino quelli che vivono in cucina. Lasciatemelo dire, vi prego, ma l'eloquenza siete stati voi retori i primi a rovinarla. Grazie ai vostri giochetti deliranti con suoni vacui e inutili svolazzi, avete snervato il corpo del discorso facendolo crollare a terra. I giovani non si erano ancora impastoiati nelle declamazioni, quando Sofocle o Euripide trovarono le parole con le quali dovevano esprimersi, e il maestro in naftalina non aveva ancora danneggiato gli ingegni, quando Pindaro e i nove lirici rinunciarono a cantare sui ritmi di Omero. E per non citare soltanto i poeti, a quanto ne so, né Platone né Demostene si diedero mai a questo genere di esercizi. L'oratoria grande e - mi verrebbe da dire - onesta non vive di trucchi né di gonfiature, ma svetta per bellezza naturale. È da poco che questa logorrea tutta vuoti e turgori si è abbattuta dall'Asia su Atene, e come una stella del male ha invasato le menti delle giovani promesse, così che, una volta corrotti i princìpi, l'eloquenza è rimasta basita nel suo silenzio. Insomma, chi è più riuscito a uguagliare la fama di un Tucidide o di un Iperide? Ma neppure la poesia ha più avuto un bell'aspetto, e tutti i suoi generi, come se si fossero nutriti dello stesso cibo, non sono riusciti a invecchiare fino ad avere i capelli bianchi. Alla pittura è toccata la stessa sorte, quando quegli sfrontati degli Egizi hanno trovato la scorciatoia per un'arte tanto eccelsa».

3 Ad Agamennone non andò a genio che io declamassi nel portico più a lungo di quanto lui non avesse sudato a scuola e disse: «Giovanotto, visto che la tua tirata non incontra il gusto della gente e, cosa davvero insolita, hai del sale in zucca, voglio svelarti i segreti del mestiere. In questi esercizi la colpa non è di certo dei maestri: passando il tempo coi dementi, finiscono per diventare dementi anche loro. Infatti se non insegnassero quello che aggrada ai ragazzini, come dice Cicerone "a scuola ci rimarrebbero solo loro". Prendi gli adulatori da commedia: per scroccare pranzi ai ricchi rimuginano tra sé e sé solo quello che a loro parere manderà in visibilio l'uditorio - e infatti non riescono mai a ottenere quel che desiderano se non tendono qualche trabocchetto alle orecchie. Stessa cosa per il maestro di eloquenza: come il pescatore, se non attacca all'amo l'esca che piace ai pesciolini, resterà sullo scoglio senza che abbocchi mai nulla.

4 E allora che fare? È coi genitori che bisogna prendersela perché non vogliono che i loro rampolli facciano progressi sottostando a severa disciplina. Tanto per cominciare sacrificano tutto, ivi incluse le proprie aspettative, all'ambizione. In secondo luogo, pur di centrare in fretta gli obiettivi, buttano nel foro dei ragazzotti immaturi, e imbottiscono di retorica - che a loro detta non ha eguali - dei bambinetti appena nati. Se invece lasciassero allo studio uno sviluppo graduale, permettendo così ai giovani di modellare le proprie menti sui precetti della filosofia, di migliorare lo stile con rigore impietoso, e di soffermarsi a lungo sui modelli da imitare, convincendosi che non è affatto una gran cosa quello che piace ai bambini, allora sì che la grande oratoria ritroverebbe tutto il prestigio della sua maestà. Ma al giorno d'oggi a scuola i ragazzi passano il tempo a giocare, nel foro i giovani si rendono ridicoli e - cosa ben più umiliante - i vecchi non hanno il coraggio di ammettere di aver studiato in passato soltanto boiate. Ma perché tu non debba pensare che io ce l'ho con le improvvisazioni alla buona alla maniera di Lucilio, eccoti la mia opinione in versi:

5 Chi punta agli effetti di un'arte austera

e rivolge la mente a grandi cose, depuri

innanzitutto i suoi costumi con princìpi severi.

Sdegni con viso aperto la reggia truce,

non punti a mense ricche da cliente di signori,

non si mescoli alla feccia svilendo nel vino

la fiamma del talento, né sieda in teatro

a fare da claque al soldo di un istrione.

Ma sia che gli sorrida la rocca di Pallade in armi,

o la terra abitata dal colono spartano

o la dimora delle Sirene, dedichi ai versi

i suoi primi anni e beva con animo lieto al fonte Meonio.

Poi, dopo aver pascolato col gregge di Socrate,

spazi pure libero a briglie sciolte brandendo le possenti armi

di Demostene. Lo circondi quindi la massa dei Romani,

e libera dai ritmi greci lo infonda di inediti aromi.

Talora lasci il Foro la penna e fugga via nel vento,

e la Sorte risuoni scandita da un ritmo veloce.

Diano pure lo spunto conflitti cantati da truce cantore,

solenni tuonino le parole dell'indomito Cicerone.

Adòrnati l'animo di queste bellezze: invaso da simili acque feconde,

verserai dal tuo petto parole degne delle Muse».

6 Occupato com'ero ad ascoltarlo, non mi rendo conto che Ascilto se l'era squagliata... E mentre passeggiavo in giardino nell'imperversare di quel mare di parole, arriva sotto il portico una gran massa di studenti, reduci, lo si capiva benissimo, dalla declamazione estemporanea di un pincopallino che aveva attaccato a parlare dopo l'esibizione di Agamennone. Così, mentre quei giovani se la ridevano dei temi trattati e criticavano l'intera struttura del discorso, prendo la palla al balzo e me la svigno, buttandomi di corsa sulle tracce di Ascilto. Non seguivo però un percorso preciso, né mi ricordavo dove fosse la mia locanda. E così, dovunque mi dirigessi, continuavo a ritrovarmi al punto di partenza, finché, sfinito dalla corsa e ormai fradicio di sudore, mi accosto a una vecchietta che vendeva verdure dei campi e le chiedo:

7 «Senti un po', nonnina, sai mica dove abito?». Divertita dalla demenza della mia battuta, risponde: «Lo so sì», si alza e comincia a farmi strada. Io credevo fosse un'indovina e...

Dopo un po' arriviamo in una zona fuori mano: lì quello spasso di vecchietta scosta una tenda color birulò e fa: «Mi sa che abiti qua». E mentre io le ripetevo che quella casa non l'avevo mai vista, vedo dei tizi che si aggirano furtivi in mezzo a delle scritte invitanti e a prostitute senza niente addosso. Capisco allora, anche se è ormai troppo tardi, di essermi lasciato trascinare in un bordello. Così, imprecando contro il tiro giocatomi dalla vecchia, mi copro la testa e, attraversando il bordello, me la dò a gambe verso la parte opposta, quando ecco che proprio sulla porta mi imbatto in Ascilto pure lui stanco morto come me. Probabile che lì ce l'avesse trascinato la stessa nonnina. Perciò lo saluto con una risata e gli chiedo che cosa ci fa in un buco tanto laido.

8 Lui si asciuga il sudore con le mani ed esclama: «Se solo sapessi cosa m'è capitato!». «E come faccio a saperlo?» gli faccio io. Ma lui, con un filo di voce, aggiunge: «Mentre stavo girando la città in lungo e in largo senza trovare dove avevo lasciato il nostro alloggio, mi si accosta un tipo stile padre di famiglia e gentilissimo promette di farmi strada lui. Poi però, attraverso una serie di vicoli uno peggio dell'altro, mi ha trascinato fino qua e, tirando fuori di tasca i soldi, ha iniziato a insistere perché cedessi alle sue voglie. La tenutaria si era già presa i soldi della stanza, quello aveva già iniziato a mettermi le mani addosso, e se non fossi stato più grosso di lui, l'avrei pagata cara».

*

A tal punto mi sembrava che tutti lì intorno avessero tracannato satirio.

*

Unendo le forze ci sbarazzammo di quel rompipalle.

*

9 [ENCOLPIO]. Come se fosse avvolto dalla nebbia, vidi Gitone in piedi sul marciapiedi di un vicolo e mi precipitai a razzo da quella parte.

Mentre mi informavo se il fratellino ci aveva preparato qualcosa da mettere sotto i denti, il povero ragazzo si venne a sedere sul letto, asciugandosi col pollice le lacrime che gli inondavano la faccia. E io, colpito dallo stato del piccolo, gli chiesi che cosa fosse successo. Lui, diciamocelo, dopo un bel po' e senza troppo entusiasmo, e solo quando dalle preghiere ero passato alle maniere forti, disse: «Il tuo bel fratellino, o degno compare che sia, un attimo fa si è scaraventato qui e ha iniziato a fare di tutto per attentare al mio pudore. E quando io ho attaccato a strillare, lui ha tirato fuori la spada e mi ha detto: "Se giochi a fare Lucrezia, allora eccoti qua il tuo Tarquinio!"».

A sentire queste cose, saltai agli occhi di Ascilto pronto a prenderlo a cazzotti e gli urlai: «Cos'hai da dire tu, culattone passivo che di pulito non hai nemmeno il fiato?». Ascilto finse di andare in bestia e, agitando più forte i pugni, gridò con più voce ancora: «Ma piantala tu, schifoso di un gladiatore scampato al massacro del circo! Pezzo di galera che non sei riuscito a farti una donna a posto nemmeno quando ti tirava ancora. Proprio tu che nel parco mi facevi lo stesso servizio che adesso in questa locanda tocca al ragazzino!». «Sentitelo!» ribattei io, «tu che te la sei svignata nel pieno dell'interrogazione col maestro!».

10 «O razza di deficiente, cosa ci potevo fare se morivo di fame? Forse stare a sentire quei deliri a base di paccottiglia e interpretazioni di sogni? Per Dio, sei ben più schifoso tu che per farci scappare una cena ti sei messo a tessere le lodi del poeta!». Ma alla fine, dopo tutta quella baraonda vergognosa, la buttiamo sul ridere per occuparci più tranquillamente del resto.

*

Poi però, ripensando al torto subito, gli faccio: «Ascilto, guarda che tra noi due non può mica funzionare. Dividiamoci quei due stracci che abbiamo e vediamo di sbarcare il lunario ciascuno per conto suo. Un briciolo di cultura ce l'abbiamo tutti e due. Per non intralciarti nei tuoi giri, ti prometto di mettermi a fare dell'altro: se no finisce che ogni giorno saltano fuori mille motivi per litigare e a forza di risse a parole diventiamo lo zimbello di tutta la città». Ascilto, che non aveva nessuna obiezione, mi risponde: «Visto che oggi, in qualità di studenti, ci siamo guadagnati una cena, cerchiamo di non rovinarci la serata. Vuol dire che domani (è questo che vuoi, no?) mi andrò a cercare un'altra locanda e un altro compagno». «Certo che è una seccatura» ribatto io, «dover rimandare quanto si è deciso».

*

A spingermi a una separazione così frettolosa era la foia: da un pezzo infatti volevo togliermi di torno quel rompi di un guardiano per riallacciare con Gitone il rapporto di un tempo.

*

11 Dopo aver setacciato ogni angolo della città, me ne torno nella mia stanzetta e lì, ottenuti finalmente dei baci come si deve, mi avvinghio al ragazzino con abbracci da favola, centrando il mio obiettivo da fare invidia. Ma non avevo ancora fatto tutto per bene, che Ascilto, avvicinatosi alla porta in punta di piedi, rompe i chiavistelli con una spallata e mi becca che me la spasso col fratellino. Riempiendo la stanza di risate e applausi, tira via il mantello che avevo addosso e grida: «Che stavi combinando, razza di santerellino? In due sotto la stessa coperta, eh?». E mica si ferma alle sole parole. No, tira fuori la cinghia dalla valigia e attacca a menarmi di santa ragione, in più ripetendo con tono sfacciato: «Così impari a non dividere con un fratello».

*

12 Al tramonto arriviamo al mercato, e lì vediamo esposta una quantità di merce che non era proprio di gran valore, ma la cui provenienza alquanto sospetta passava facilmente inosservata nel lusco e brusco dell'ora. Dato che anche noi ci eravamo portati dietro il mantello rubato, decidemmo di prendere al volo l'occasione e, piazzatici in un angolo, attaccammo a sbandierarne l'orlo, nella speranza che la bellezza del tessuto attirasse per caso qualche acquirente. Un attimo dopo un contadino, che a me sembrava però di avere già visto, ci si avvicina con una donnetta al fianco e si mette a esaminare il mantello con grande attenzione. Ascilto a sua volta attacca a fissare le spalle del villico, e tace di colpo, sbigottito. Allora scruto anch'io il tizio, non senza una certa apprensione, perché mi dà l'impressione di essere quello che aveva trovato la tunica nella grotta. E infatti era proprio lui. Ascilto, non fidandosi degli occhi e non volendo del resto agire in maniera avventata, prima gli si avvicina dando l'impressione di voler anche lui comprare e poi gli tira giù dalle spalle un lembo del mantello e attacca a tastarlo con cura.

13 Che incredibile botta di fortuna! Quel bifolco non era curioso e fino a quel momento non aveva ancora frugato tra le cuciture, ma cercava di sbarazzarsi del mantello con aria seccata e come se si trattasse dello straccio di un barbone. Ascilto, rendendosi conto che il malloppo non era stato toccato e che il tipo non era un'aquila come venditore, mi prende in disparte e mi fa: «Ti rendi conto, fratello mio, che abbiamo di nuovo in mano il tesoro che tanto mi ha fatto piangere? Il mantello è proprio quello e a quanto pare dentro ci sono ancora le monete d'oro che fino ad oggi nessuno ha toccato. Che si fa dunque, e a che titolo possiamo rivendicare la nostra roba?».

E io, gongolando non solo per il fatto di vedermi davanti il bottino ma anche perché la sorte mi aveva liberato dalla vergogna del sospetto, gli dissi che non bisognava ricorrere a maneggi, ma che era meglio basarsi sul codice senza tanti sotterfugi, in modo tale che, se quei due non volevano restituire la roba al legittimo proprietario, la faccenda venisse portata davanti al pretore.

14 Invece Ascilto, che aveva paura della legge, mi dice: «Ma qui chi ci conosce? Chi darà retta alle nostre parole? Ora che l'abbiamo riconosciuto, io sono dell'avviso di comprarlo il mantello, anche se è roba nostra, e recuperare il tesoro per un tozzo di pane, senza starci a impelagare in una causa che non si sa come possa andare a finire.

Che cosa può la legge là dove regna solo il denaro

e dove il poveraccio non la spunta mai?

Persino quelli che girano con la bisaccia dei Cinici

han l'abitudine qualche volta di vendere la verità a poche lire.

Così la giustizia non è altro che pubblica merce,

e il cavaliere seduto tra i giurati approva la vendita».

Ma in tasca non avevamo altro che due soldi per comprarci ceci e lupini. E così, per non lasciarci sfuggire la preda, decidiamo di vendere il nostro mantello per una miseria e di rifarci della perdita con un colpo di ben altra portata. Non appena scioriniamo la nostra mercanzia, la donnetta col capo coperto che era insieme al villico, dopo aver esaminato con cura certi ricami, si avventa con le mani sull'orlo del mantello e attacca a urlare «al ladro, al ladro!», come un'ossessa. Noi, invece, sconvolti, per non sembrare incerti e succubi, ci buttiamo sulla tunica sbrindellata e lercia, sostenendo con la stessa foga che quello che loro hanno in mano è roba nostra. Ma tra gli oggetti contesi non c'era paragone: infatti anche i rigattieri accorsi in massa alle urla se la ridevano della nostra indignazione, perché una parte reclamava un mantello sfarzoso, mentre l'altra, la nostra, voleva indietro una veste rattoppata inutile persino per ricavarne strofinacci. Alla fine Ascilto fu bravo a bloccare le risate e, ottenuto il silenzio, dichiarò:

15 «Visto che ognuno ci tiene alla roba sua, se loro ci danno indietro la tunica, noi gli restituiamo il mantello». Al villico e alla donna l'idea dello scambio sarebbe andata anche a genio, se non fosse stato per dei presunti legulei (o meglio, data l'ora, dei ladruncoli notturni decisi a impadronirsi del mantello), i quali ci intimano di consegnare in mano loro entrambi gli indumenti, così che il giorno dopo un giudice possa pronunciarsi a riguardo. Infatti non erano in questione soltanto quegli oggetti, come poteva sembrare, ma andava esaminato ben altro, perché su entrambe le parti gravava il sospetto del furto. Ormai si era già d'accordo sul sequestro, quando uno dei rigattieri non meglio identificato, col cranio pelato e la fronte piena di bozze, uno che a tempo perso si andava a immischiare nei processi, arraffa il mantello dichiarando che lo avrebbe esibito il giorno dopo in tribunale. Ma era evidente che quelle canaglie volevano soltanto metter le mani sul mantello, sicuri che se noi l'avessimo consegnato, il giorno dopo non ci saremmo presentati all'udienza, per paura di essere accusati di furto.

In fin dei conti era quello che volevamo anche noi. Ma fu il caso a venire incontro a entrambe la parti. Infatti il contadino, infuriato di fronte alla nostra pretesa di vedere esibito anche quello straccio, buttò la tunica sul grugno di Ascilto e ci intimò - non avendo noi più alcuna lamentela da fare - di mollargli il mantello, che al presente restava l'unica ragione della contesa,

*

recuperato, come pensavamo, il malloppo, ce la filiamo a rotta di collo in pensione e, dopo esserci sprangati in camera, attacchiamo a ridere a crepapelle sulla stupidità dei rigattieri e di quei figuri, che con tutta la loro furbizia avevano finito col restituirci il gruzzolo.

Non voglio avere subito quel che desidero,

né amo la vittoria bella e pronta.

*

16 Avevamo appena finito di rimpinzarci coi manicaretti preparati da Gitone, quando sentiamo bussare alla porta con fragore minaccioso.

Chiediamo pieni di paura «Chi è?», e subito da fuori una voce ci risponde: «Apri e lo saprai». Mentre ci scambiamo queste battute, lo scrocco della porta scivola via da solo e i battenti si spalancano, lasciando entrare il nuovo venuto. È una donna con un velo sul viso, la stessa che poco prima era insieme al contadino. «Credevate di avermi presa in giro?» dice. «Sono l'ancella di Quartilla, che poco fa voi avete disturbato mentre celebrava un sacrificio di fronte alla cripta. È venuta di persona qui alla vostra locanda e chiede di potervi parlare. Non spaventatevi: non vuole accusarvi né punirvi per l'errore che avete commesso. Piuttosto muore dalla voglia di sapere quale dio mai abbia condotto dalle sue parti dei giovanotti così a modo».

17 Mentre noi ce ne stiamo a bocca chiusa senza azzardarci a prendere posizione, lei entra accompagnata da una ragazzina, si siede sul mio letto e attacca a piangere come una fontana. Noi continuiamo a tacere e aspettiamo increduli che la finisca con tutte quelle lacrime che si era preparata per simulare un grande dolore. Quando finalmente quel diluvio da sceneggiata si smorza, la donna si toglie il velo scoprendo un volto indignato e, stropicciandosi le mani fino a far scrocchiare le giunture, dice: «Che razza di sfrontatezza è mai la vostra! E dove avete imparato questi numeri da balordi che superano di gran lunga quelli teatrali? Provo pena per voi, dio solo sa quanto, perché nessuno ha mai assistito a cerimonie di culto proibite passandola liscia. In ogni modo, il nostro territorio è così affollato di numi tutelari, che in giro è più facile trovare un dio che un uomo. Ma non crediate che sia venuta qua per vendicarmi. Mi ha toccato più la vostra giovane età che non l'offesa subita, perché ho l'impressione che sia stata l'imprudenza a farvi commettere un sacrilegio tanto imperdonabile. Quella notte ebbi dei brividi di freddo tanto preoccupanti da farmi temere un attacco di febbre terzana. Così cercai rimedio nel sonno e mi fu ordinato di cercarvi e di smorzare l'assalto della malattia ricorrendo a un ingegnoso espediente. Ma al momento non è il rimedio la mia più grossa preoccupazione: mi spezza il cuore un dolore ben più grande che finirà per togliermi la vita, e cioè la paura che voialtri, giovani e irresponsabili come siete, andiate a raccontare in giro quel che avete visto nel santuario di Priapo, e diate in pasto alla gente i segreti propositi degli dèi. Per questo mi inginocchio davanti a voi con le mani tese, chiedendovi e supplicandovi di non mettere in burla i riti notturni, e di non rivelare segreti tanto antichi, di cui sono venuti a conoscenza sì e no un migliaio di uomini».

18 Dopo questa implorazione, scoppia di nuovo in lacrime e, scossa da singhiozzi esagerati, affonda il petto e il volto nel mio letto. Commosso e impressionato al contempo, io le dico di farsi coraggio e di stare tranquilla tanto per l'una che per l'altra cosa: nessuno sarebbe andato a raccontare in giro i sacri misteri, e se poi un dio le avesse consigliato qualche altro rimedio per la sua febbre terzana, non avremmo avuto esitazioni a dare una mano alla divina provvidenza, anche a costo di rischiare di persona. Tornata di buon umore dopo la promessa, la donna attacca a sbaciucchiarmi da tutte le parti, e, passando dalle lacrime al riso, mi aggiusta con tocchi languidi i capelli dietro le orecchie e poi dice: «Con voi voglio fare pace e ritiro ogni accusa. Se però non aveste accettato di darmi la medicina che cerco, era già pronta per domani una banda incaricata di vendicare l'offesa fatta alla mia dignità:

Venir disprezzati è infame, perdonare è bello.

Amo seguir la via che mi piace.

Se offeso, anche il saggio chiede ragione,

ma vince davvero chi non taglia la gola all'avversario».

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Poi, battendo le mani, scoppia in una risata tanto fragorosa che ci spaventiamo. Dal canto loro, si mettono a fare la stessa cosa anche l'ancella che l'aveva preceduta e la ragazzina che era arrivata con lei.

19 Tutta la stanza rimbombava di quelle risa farsesche, mentre noi, che non riuscivamo ancora a capire che cosa avesse causato un mutamento di umore tanto repentino, un po' ci guardavamo negli occhi tra di noi, e un po' fissavamo le donne.

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«È per questo che oggi ho dato istruzione di non fare entrare anima viva nella locanda, per avere da voi il rimedio alla terzana, senza che nessuno venga a interrompere». A queste parole di Quartilla, Ascilto rimase mezzo basito, mentre io, che dentro mi sentivo più freddo di un inverno in Gallia, non riuscivo a spiccicare verbo. A farmi escludere il peggio era la composizione del gruppo. Loro erano infatti solo tre donnicciole per giunta non troppo in forze e, se solo avessero osato farci qualche brutto tiro, noi per lo meno avevamo dalla nostra il sesso. Inoltre, con la tunica tirata in su eravamo anche meno lenti. Ad ogni modo avevo già studiato gli accoppiamenti nel caso si fosse arrivati al corpo a corpo: io me la sarei vista con Quartilla, Ascilto con l'ancella e Gitone con la ragazzina.

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In quel momento rimanemmo sbigottiti e sentimmo che le forze ci venivano meno, mentre una morte certa cominciava a offuscare gli occhi di noi poveracci.

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20 «Signora», dico, «se hai in mente qualcosa di peggio, vedi di metterlo in pratica in fretta, perché non abbiamo commesso un delitto tanto grave da morire tra mille tormenti».

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L'ancella che si chiamava Psiche stese con cura una coperta sul pavimento.

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Mi maneggiò gli attributi che ormai erano freddi come se fossero morti un migliaio di volte.

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Ascilto aveva nel mentre infilato la testa nel mantello, perché era stato messo in guardia sul rischio di ficcare il naso nei segreti affari altrui.

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L'ancella tirò fuori di tasca due cordicelle, usandone prima una e poi l'altra per legarci mani e piedi.

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Ascilto, vedendo che la conversazione era arrivata a un punto morto: «Che diamine?» disse «Possibile che non mi venga versato un goccetto?». E l'ancella, chiamata in causa dalla mia risata, batté le mani e dichiarò: «Cocco, io l'ho messo qua... Ti sarai mica bevuto da solo tutta quella roba?». «Cosa?» interruppe Quartilla «Encolpio s'è scolato tutto il satirio che c'era?».

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Ancheggiò senza tanto sbracarsi in risate.

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Perfino Gitone alla fine scoppiò a ridere, specie quando la ragazzina gli si avvinghiò al collo, cominciando a inondarlo di baci cui lui non diceva certo di no.

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21 Disperati come eravamo, avremmo voluto chiedere aiuto, ma non c'era un cane che ci potesse dare una mano. E non appena io cercavo di attirare l'attenzione dei passanti, Psiche mi punzecchiava le guance con una forcina da capelli, mentre la ragazzetta tormentava Ascilto con un pennellino ugualmente imbevuto di satirio.

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Per ultimo sopraggiunse un culattone in vestaglia color mirto con tanto di cintura... si venne a strusciare addosso a noi agitando le natiche e ci insozzò con dei baci schifosi, finché Quartilla, con una stecca di balena in mano e la gonna tirata su, gli intimò di aver pietà di noi e di lasciarci tirare il fiato.

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Con formule sacrosante giurammo tutti e due che un segreto tanto terribile ce lo saremmo portati nella bara.

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Entrarono dei massaggiatori in massa che ci unsero da capo a piedi di olio di oliva rimettendoci in sesto. Così, non sentendo più la stanchezza, indossammo gli abiti per la cena e fummo portati in una camera attigua dove c'erano tre letti pronti all'uso e una parata di leccornie imbandite come dio comanda. Ci dissero di sdraiarci e subito attacchiamo con un antipasto incredibile che inondiamo addirittura con del Falerno. Rimpinzati da molti altri manicaretti, quando ormai stiamo per franare nel sonno, Quartilla interviene: «Non penserete mica di andarvene già a letto, quando sapete benissimo che questa notte va dedicata per intero al culto di Priapo?».

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22 Mentre Ascilto, stremato da tutte quelle avventure, non si reggeva più in piedi dal sonno, l'ancella da lui prima ingiuriosamente respinta gli sfrega tutta la faccia con della fuliggine e gli tatua sui fianchi e sulle spalle tanti bei cazzetti senza che lui se ne accorga. Anch'io, stremato com'ero da tutti quegli accidenti, comincio a pregustarmi il piacere di un sonnellino. Lo stesso fa la servitù dentro e fuori la sala da pranzo: c'è chi si stravacca tra i piedi degli invitati, chi invece ronfa accasciato contro le pareti, mentre altri se la dormono in piedi sulla porta, testa contro testa, mentre le lampade, con l'olio ormai quasi finito, spandono una luce fioca e tremolante. In quel momento due schiavi siriani entrano nella sala da pranzo per portarsi via una bottiglia: mentre se la contendono con la bava alla bocca in mezzo a tutti quegli argenti, la bottiglia sgraffignata cade e va in mille pezzi. Insieme a tutta l'argenteria crolla a terra anche il tavolo e capita che un bicchiere schizzato in aria per poco non mandi al creatore una serva stravaccata su un letto. Per la botta la tipa caccia un urlo e automaticamente stana i ladri svegliando parte della gente ubriaca. I due siriani venuti a fare il colpo, quando si vedono scoperti, in un attimo si lasciano cadere ai piedi di un letto, come da copione, e attaccano a russare quasi stessero dormendo da un pezzo.

L'addetto al triclinio, svegliato anche lui, versa dell'olio nelle lampade ormai in riserva, mentre i servi più giovani, dopo essersi stropicciati un attimo gli occhi, tornano alle loro faccende, proprio mentre entra in sala una virtuosa di cembalo che ci sveglia tutti con un colpo di piatti.

23 Il festino riprende e Quartilla invita di nuovo a trincare. La tipa del cembalo fa crescere l'allegria della gozzoviglia.

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Entra di nuovo il culattone, uomo di rara demenza e in tutto all'altezza di quella casa, il quale, dopo aver fatto scrocchiare le dita fino a farsi male, se ne esce con questi versi:

Qua, qua radunatevi qua mie morbide checche,

avanti, correte veloci, librate nel vento le piante,

veloci di coscia, di natica lesti, di mano sfrontati,

miei vecchi, adorati, castrati di Delo.

Dopo aver chiuso coi suoi versi, mi sbava la faccia con un bacio schifosissimo. Poi mi salta sul letto e mettendocela tutta riesce a spogliarmi anche se io non voglio, e si dà molto da fare, e a lungo, con le mie parti basse, senza grossi risultati. Dalla fronte fradicia di sudore gli colano rivoli di belletto, mentre nelle grinze del viso c'era tanto di quel fondotinta che l'avresti scambiato per un muro scrostato dalla pioggia battente.

24 Non riesco a trattenere più a lungo le lacrime e, arrivato al colmo dell'avvilimento, esclamo: «Mia signora perdonami, ma avevi ordinato di portarmi il vasino?». Lei batte con grazia le mani e replica: «Ma che tipo sottile e che spirito da uomo di mondo! Ma come? Non avevi capito che qui i culattoni li chiamiamo vasini?». Poi, perché ce ne fosse anche per il mio socio, osservo: «Ma abbiate pazienza: possibile che su questo divano Ascilto sia l'unico a essere lasciato in pace?». «Allora» risponde Quartilla, «portate il vasino anche ad Ascilto!». A queste parole il culattone cambia cavallo e, saltando addosso al mio compare, se lo lavora a colpi di chiappe e di baci. Gitone, che era in piedi lì in mezzo, si sbellicava dal ridere. Quartilla, dopo averlo avvistato, si informa per filo e per segno di chi sia il ragazzino. E quando io specifico che è mio fratello, lei ribatte: «Perché allora non mi ha baciata?». Lo chiama lì da lei, gli si attacca alla bocca. Poi, ficcandogli le mani sotto il vestito, e tastandogli l'arnese ancora in erba, commenta: «Questo verrà bene da antipasto nell'orgia di domani: oggi che mi sono beccata una mazza asinina, di robetta così ne posso fare a meno».

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25 Mentre diceva queste cose, Psiche ridendo le sussurra all'orecchio qualcosa che non riesco a capire. «Ma certo», esclama Quartilla, «è proprio un ottimo suggerimento. Non è forse una magnifica occasione per far sverginare la nostra Pannichide?». Fanno subito entrare una ragazzina abbastanza graziosa e che non dimostra più di sette anni, la stessa che era entrata nella nostra camera insieme a Quartilla. Tutti applaudono e chiedono che si celebrino le nozze; io, invece, rimango di sasso e dico che né Gitone, ragazzo quanto mai rispettoso, avrebbe mai avuto il fegato di commettere una simile porcata, né la ragazzina aveva l'età per sostenere da donna fatta un assalto in piena regola. «Non crederai mica» interviene Quartilla «che questa qui sia più giovane di quanto ero io la prima volta che mi è toccato andare con un uomo? Che Giunone mi strafulmini, se mi ricordo d'essere mai stata vergine! Da bambina ho perso il mio onore coi coetanei, poi, col passare degli anni, me la facevo con ragazzi sempre più grandi, e così fino ad oggi. Anzi, credo che proprio di lì venga il proverbio che dice "chi riesce a reggere un vitello, domani potrà sollevare un toro"». Così, per evitare che al fratellino possa succedere qualcosa di peggio lontano da me, mi alzo per assistere alla cerimonia nuziale.

26 Psiche aveva già avvolto la testa della ragazzina nel velo nuziale rosso porpora, il culattone ci stava già facendo strada con la torcia in mano, e le donne, ubriache com'erano, applaudivano schierate in fila, mentre sul letto avevano già sistemato la coperta destinata allo stupro. Quartilla allora, più infoiata ancora da quella messinscena, si alza anche lei, afferra Gitone per mano e lo trascina in camera.

A dir la verità la cosa non fa granché schifo al ragazzo, né sembra che la bimbetta si spaventi a sentir parlare di nozze. Così, mentre i due si buttano a letto dopo esser stati chiusi dentro, noi ci sediamo di fronte alla porta della stanza, e Quartilla è la prima che, ficcando il suo occhio vizioso in un foro praticato apposta, spia con morbosa curiosità i giochetti dei due poppanti. Poi, con tocchi sinuosi, spinge anche me a contemplare quello spettacolo, ma, siccome così facendo ci sfioriamo la faccia, lei - non appena la scenetta ha un attimo di tregua - sporge in quell'attimo le labbra e come di nascosto mi slinguazza furtiva la bocca a colpi di baci.

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Buttati sui letti, passiamo il resto della notte senza nulla temere.

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Arriva il terzo giorno, cioè quello che noi aspettiamo per partecipare alla cena d'addio. Solo che, rotti com'eravamo in tutto il corpo, l'idea di alzare i tacchi ci andava più a genio che la prospettiva di starcene lì a poltrire. Così, mentre discutiamo mogi mogi su quale sia il modo migliore per evitare la tempesta che c'è nell'aria, arriva a liberarci da ogni perplessità un servo di Agamennone che ci interpella: «Come? Ma allora non sapete da chi si va oggi! Da Trimalcione, uno che scoppia di soldi, e in sala da pranzo ha un orologio e un trombettiere, piazzato lì apposta per ricordargli via via quanto tempo della sua vita se n'è andato». A queste parole, scordandoci di tutti i nostri guai, ci intabarriamo per bene e ordiniamo a Gitone - ben felice di recitare la parte dello schiavo - di venire con noi alle terme.

27 Nel frattempo, senza stare a spogliarci, ci mettiamo a gironzolare... anzi a fare battute passando da un gruppo all'altro, quando all'improvviso vediamo un vecchio crapa pelata con addosso una tunica rosso fuoco, impegnato a giocare a palla in mezzo a dei giovani con i capelli lunghi. Ciò che colpì la nostra attenzione non erano tanto i ragazzi (anche se ne valeva la pena), quanto piuttosto il loro padrone che, con le pantofole ai piedi, si stava allenando con una palla color verde pisello. Il bello è che non raccattava mica quelle che cadevano a terra, ma c'era lì un servo pronto con una sacca piena di palle di riserva da distribuire ai giocatori. Notammo anche delle altre bizzarrie: impalati alle estremità opposte del cerchio c'erano i due eunuchi, il primo con in mano un pitale d'argento, il secondo intento a conteggiare non tanto le palle che passavano di mano in mano nel corso del gioco, quanto quelle che cadevano a terra. Mentre noi siamo lì a guardare a bocca aperta quelle finezze, arriva di corsa Menelao che dice: «Ecco da chi andate a mangiare stasera, anche se quel che avete visto è soltanto l'inizio». Menelao aveva appena finito di parlare, che Trimalcione schiocca le dita e a quel segnale l'eunuco porge il pitale al giocatore. E quello, dopo aver scaricato la vescica, si fa portare dell'acqua per le mani, la sfiora appena con le dita e quindi se le asciuga coi capelli di uno dei ragazzi.

28 Impossibile notare tutta quella sfilza di particolari. Così entriamo nel bagno e, una volta madidi di sudore, in un lampo ci ficchiamo sotto la doccia fredda. Intanto Trimalcione, pieno di creme, si stava asciugando non con le solite salviette, ma con asciugamani di lana finissima. Nel contempo tre massaggiatori gli trincano bottiglie di Falerno davanti agli occhi, ma siccome litigando tra loro ne versano un bel po' per terra, Trimalcione dice che è tutto alla sua salute. Poi, bardato in una veste scarlatta, viene issato su una portantina preceduta da quattro lacchè in livrea e da una specie di carrozzina a mano nella quale c'era il suo tesoro, un bambino con la faccia da vecchietto, tutto cisposo e più brutto ancora del suo padrone. Mentre lo trasportano in questo modo, gli si avvicina un musicista con un flauto minuscolo in mano, che per tutto il tragitto gli fa da colonna sonora, come se gli sussurrasse qualcosa alle orecchie.

Dietro veniamo noi, già un po' seccati da tutte quelle sorprese, e, sempre insieme ad Agamennone, arriviamo alla porta di casa, sul cui stipite era inchiodato un cartello con su scritte queste parole: «Qualsiasi servo esca di casa senza il permesso del padrone, riceverà cento frustate». Sempre lì sull'ingresso c'era un portiere in uniforme verdognola con in vita tanto di cintura color ciliegia e intento a sbucciare piselli su un vassoio d'argento. Sulla soglia penzolava una gabbia d'oro con dentro una gazza screziata che dava il benvenuto alla gente in arrivo.

29 E mentre io me ne sto lì impalato a guardare tutte quelle cose, faccio un salto indietro che per poco non mi spacco una gamba. Infatti, a sinistra per chi entrava, a pochi passi dalla guardiola del portinaio, vedo dipinto sul muro un cane gigantesco tenuto però alla catena e con sopra scritto a lettere cubitali: «Attenti al cane». I miei soci scoppiano a ridere. Ma io, dopo essermi ripreso dallo spavento, mi rimetto a studiare la parete esaminandola per intero. C'era dipinto un mercato di schiavi con tanto di cartellino al collo e Trimalcione in persona che, con capelli fluenti e in mano il caduceo, faceva ingresso a Roma scortato da Minerva. Di seguito il pittore compiacente lo aveva accuratamente effigiato con tanto di cartigli nell'atto di imparare a far di conto e poi nel giorno in cui era stato nominato tesoriere. In fondo al portico, Mercurio lo issava verso un altissimo trono prendendolo per il mento. Al suo fianco c'era la Fortuna con il corno dell'abbondanza e le tre Parche impegnate a filare con conocchie d'oro. Nel portico vedo anche una squadra di atleti intenti ad allenarsi nella corsa sotto la guida di un preparatore. In un angolo noto poi un grosso armadio, dentro cui, in una nicchia, c'erano dei Lari d'argento, una statua di Venere in marmo e un calice d'oro di proporzioni ragguardevoli, nel quale si vociferava fossero conservati i peli della prima barba di Trimalcione.

A quel punto attacco a chiedere al maggiordomo che cosa rappresentino le pitture visibili al centro. «L'Iliade e l'Odissea» risponde lui, «e l'incontro tra i gladiatori di Lenate».

30 Ma non era davvero possibile star lì a osservare tutta quella roba

Eravamo ormai in prossimità della sala da pranzo, dove un sovrintendente stava facendo dei conti. Ma a colpirmi fu soprattutto un particolare: sugli stipiti della sala erano inchiodati dei fasci con tanto di scuri, che sulla punta terminavano in una specie di rostro di nave in bronzo, su cui era incisa la frase: «A G. Pompeo Trimalcione, seviro Augustale, il tesoriere Cinnamo». Al di sotto di quella scritta c'era una lampada a due becchi appesa al soffitto e, ai lati, fissate ai battenti, due tavole, in una delle quali, se non ricordo male, si leggeva: «Il 30 e il 31 di dicembre il nostro Gaio cena fuori». Sull'altra erano invece dipinti il corso della luna nel cielo e le immagini di sette pianeti, mentre una borchia distingueva i giorni fortunati da quelli disgraziati.

Imbottiti come siamo da queste meraviglie, non appena cerchiamo di entrare nella sala da pranzo, ecco che uno schiavetto, che era lì proprio per questo, esclama: «Col piede destro!». Sinceramente siamo un po' preoccupati all'idea che qualcuno di noi varchi la soglia senza rispettare quell'indicazione. Poi, mentre alziamo tutti insieme all'unisono il piede destro, uno schiavo completamente nudo si viene a buttare ai nostri piedi e attacca a supplicarci di fargli togliere il castigo che gli era stato inflitto per una colpa in effetti non troppo grave (alle terme gli avevano rubato i vestiti del tesoriere che valevano a malapena sei sesterzi) e per la quale adesso rischiava grosso. Allora noi tiriamo indietro il piede destro, e supplichiamo il tesoriere impegnato a contare monete d'oro nell'atrio di perdonare quello schiavo. Ma il tipo ci guarda con faccia piena di boria e fa: «Non è tanto il danno subito a darmi fastidio, quanto piuttosto la negligenza di questo buono a nulla di un servo. Ha perso un completino da sera che mi era stato regalato da un cliente per il mio compleanno. E anche se l'avevo già fatto lavare una volta, era pur sempre della roba di Tiro. Ma insomma, che cosa volete? Ma sì, prendetevelo pure».

31 Toccati da un gesto di tale generosità, stavamo entrando in sala da pranzo, quando ci si para davanti quello stesso servo per il quale eravamo intervenuti e, con noi che lo guardiamo allibiti, ci sommerge letteralmente di baci per ringraziarci del nostro buon cuore e aggiunge: «Presto saprete chi avete aiutato: sono io che ho l'incarico di versare il vino del padrone».

Finalmente ci sediamo a tavola, mentre degli schiavi alessandrini ci versano sulle mani dell'acqua ghiacciata, subito rimpiazzati da altri che, inginocchiati ai nostri piedi, cominciano a tagliarci le pellicine delle unghie con una precisione incredibile. E mentre erano impegnati in questo ingrato servizio non stavano mica a bocca chiusa, ma accompagnavano il tutto cantando. Siccome volevo capire se tutta la servitù avesse quella caratteristica, chiedo che mi portino da bere. In men che non si dica uno schiavetto mi serve emettendo un gorgheggio non meno stridulo, e così tutti gli altri se solo si ordinava qualcosa. Al punto che più che a pranzo in casa di un padre di famiglia, sembrava di essere in mezzo a una compagnia di mimi.

Nel frattempo ci viene servito un antipasto mica male: tutti avevano infatti già preso posto, salvo il solo Trimalcione cui, in virtù di un'usanza del tutto nuova, era stato riservato quello d'onore. Al centro del piatto di portata troneggiava un asinello in bronzo di Corinto, con sopra un basto che da una parte era pieno di olive nere e dall'altra di chiare. Sulla groppa dell'animale c'erano due piatti sui cui orli era stato inciso il nome di Trimalcione e il peso dell'argento. In aggiunta c'erano poi dei ponticelli saldati insieme che sorreggevano dei ghiri conditi con miele e salsa di papavero. E ancora c'erano delle salsicce che friggevano sopra una graticola d'argento e, sotto la graticola, prugne di Siria con chicchi di melagrana.

32 Eravamo nel pieno di quelle delizie, quand'ecco che Trimalcione in persona fa il suo ingresso trasportato a suon di musica, sdraiato su soffici cuscini, e noi scoppiamo a ridere perché la cosa ci coglie alla sprovvista. Gli spuntava la crapa pelata da sotto un mantello rosso fuoco e intorno al collo già imbacuccato per bene si era avvolto un foulard orlato di porpora con frange svolazzanti da una parte e dall'altra. Al mignolo della mano sinistra portava un enorme anello dorato, mentre nell'ultima falange dell'anulare ne aveva uno più piccolo che secondo me era tutto d'oro ma con saldate sopra delle scaglie di ferro fatte a forma di stella. E per non limitarsi a sfoggiare soltanto quei preziosi, si scopre il bicipite destro su cui facevano un gran figurone un bracciale d'oro e un cerchietto d'avorio chiuso da una lamina piena di luce.

33 Dopo essersi dato una ripassata tra i denti con uno stuzzicadenti d'argento, dice: «Amici, ad essere sincero non mi andava ancora di venire a tavola, ma per non farvi cominciare il pranzo in ritardo per la mia assenza, ho preferito sacrificare i comodi miei. Ciò nonostante permettetemi di finire la partita». Infatti gli veniva dietro un ragazzino con in mano una scacchiera di radica e dei dadi di cristallo, e io notai un particolare che era il colmo della raffinatezza: al posto delle pedine bianche e nere aveva infatti delle monete d'oro e d'argento. E mentre lui continuava a giocare bestemmiando come un perfetto portuale, e noi eravamo ancora all'antipasto, viene portato un vassoio con sopra un cestino contenente una gallina di legno che aveva le ali aperte a cerchio, come di solito fanno quando covano le uova. Subito si avvicinano due servi che, sul sottofondo assordante della musica, cominciano a frugare in mezzo alla paglia e tirano fuori una serie di uova di pavone che distribuiscono tra i commensali. Di fronte al colpo di scena, Trimalcione si volta e ci comunica: «Amici, ho fatto mettere sotto la gallina delle uova di pavone ma, per dio, mi sa che ci sia già dentro il pulcino. In ogni modo vediamo un po' se si possono ancora inghiottire». Noi allora prendiamo dei cucchiaini che non pesavano meno di mezza libbra e rompiamo quelle uova ricoperte con un impasto di farina. Io stavo quasi per buttar via il mio perché mi sembrava che dentro ci fosse già il pulcino. Ma poi, quando sento un habitué di quelle serate dire "mi sa che qui dentro c'è qualcosa di buono", frugo un po' con la mano dentro al guscio e ci trovo un beccaccino da favola immerso in salsa piccante di tuorlo.

34 Nel frattempo Trimalcione aveva finito la partita e si era fatto servire ogni cosa, invitando a gran voce chi di noi avesse voluto prendere ancora del vino al miele, quando all'improvviso ricomincia la musica a un preciso segnale e una squadra di servi porta via gli antipasti cantando in coro. Ma nel mezzo di quel caos, caso vuole che cada un piatto d'argento e che subito uno schiavetto lo raccatti: Trimalcione se ne accorge e ordina di schiaffeggiare il ragazzino e di ributtare a terra il piatto che finisce scopato via insieme a tutto il resto da un guardarobiere comparso immediatamente. Poi entrano in sala due capelloni etiopi con in mano dei piccoli otri uguali a quelli che usano allo stadio per spargere la sabbia, e ci versano del vino sulle mani. Di acqua infatti nemmeno a parlarne.

Siccome facciamo un sacco di complimenti al padrone di casa per tutto quel lusso, lui dice: «A Marte piace il giusto. Per questo ho ordinato che a ciascuno venisse assegnato un tavolo personale. Ma anche perché questi schiavi puzzolenti ci soffino meno sul collo andando su e giù per la stanza».

Un attimo dopo arrivano delle anfore di cristallo scrupolosamente sigillate e con delle etichette incollate al collo con su scritto: «Falerno Opimiano di cent'anni». Mentre eravamo impegnati a leggere, Trimalcione batte le mani urlando: «Oddio, dunque il vino vive più a lungo di un pover'uomo. Ma allora scoliamocelo d'un fiato! Il vino è vita e questo è Opimiano puro. Ieri non ne ho offerto di così buono, eppure avevo a cena gente ben più di riguardo». Mentre noi tracanniamo e osserviamo con gli occhi sgranati tutto quel ben di dio, arriva un servo con uno scheletro d'argento costruito in maniera tale che lo snodo delle vertebre e delle giunture permetteva qualunque tipo di movimento. Dopo averlo buttato a più riprese sul tavolo facendogli assumere varie posizioni grazie alla struttura mobile, Trimalcione aggiunge:

«Ahimè, miseri noi, che cosa da nulla è un pover'uomo.

Noi tutti saremo così il giorno che l'Orco ci prende.

Ma allora viviamo, finché godere possiamo».

35 A questo elogio funebre segue una portata inferiore all'attesa, ma capace di far spalancare gli occhi a tutti per la sua assoluta originalità. Era infatti una grossa teglia rotonda che aveva tutto intorno i segni dello zodiaco, sopra ciascuno dei quali il cuoco aveva piazzato una specialità appropriata al simbolo: sull'Ariete dei ceci di Arezzo; sul Toro un quarto di bue; sui Gemelli testicoli e rognoni; sul Cancro una corona; sul Leone fichi africani; sulla Vergine una vagina di scrofa; sulla Libra una bilancia con una focaccia in un piatto e un polpettone nell'altro; sullo Scorpione un pesciolino di mare; sul Sagittario un gufo; sul Capricorno un'aragosta; sull'Acquario un'oca; sui Pesci due triglie. Al centro, poi, una zolla di terra strappata con tutta l'erba attaccata sosteneva un favo di miele. Uno schiavetto egiziano distribuiva pane caldo in giro prendendolo da un forno portatile d'argento.

... e anche lui con una voce d'inferno attacca una tirata dal mimo Il venditore di silfio. Ma quando Trimalcione si accorge che quei cibi tanto ordinari non li abbiamo accolti con troppo slancio, dice: «Abbiate fiducia e pensiamo a mangiare: il meglio della cena è proprio questo».

36 Dopo la battuta di Trimalcione, quattro servi entrano ballando al ritmo di un'orchestra e scoperchiano il vassoio. E cosa ti vediamo dentro? Capponi, mammelle di scrofa e, al centro, una lepre con tanto di ali che sembrava un Pegaso. Agli angoli del vassoio notiamo anche quattro statuette di Marsia, che da piccoli otri innaffiavano di salsa piccante dei pesci che ci sguazzavano dentro come in un braccio di mare. Applaudiamo tutti unendoci ai servi e, nell'allegria generale, ci buttiamo su quel ben di dio. E Trimalcione, come noi al settimo cielo per quella nuova portata, urla: «Trincia!». Subito arriva un trinciatore che, muovendosi lui pure al ritmo dell'orchestra, taglia la carne così bene che lo avresti detto un essedario impegnato a combattere sul carro al suono dell'organo. Trimalcione, intanto, continuava a ripetere «Trincia! Trincia!» con la sua voce strascicata. E io, sospettando che quella parola ripetuta tante volte contenesse un qualche sottosenso spiritoso, non esitai a chiederlo al commensale seduto al mio fianco. Ma quello, che di sicuro aveva assistito già altre volte a pantomime del genere, mi spiega: «Lo vedi il servo che taglia le pietanze? Ebbene si chiama Trincia. Così, ogni volta che Trimalcione dice "Trincia", con una parola sola lo chiama e gli dà un ordine».

37 Io non riuscivo più a buttare giù nulla ma, rivolgendomi a lui per saperne di più, la presi alla larga e gli chiese chi fosse quella donna che continuava ad andare avanti e indietro. «Ma è la moglie di Trimalcione» specifica lui, «si chiama Fortunata e i soldi li conta a palate. E lo sai cos'era fino all'altro ieri? Lasciamelo dire: era una che da lei non avresti accettato nemmeno un tozzo di pane. Adesso, non chiedermi come né perché, ha toccato il cielo con il dito ed è il braccio destro di Trimalcione. Al punto che se a mezzogiorno spaccato lei gli dice che è notte, lui ci crede anche. Lui stesso non lo sa mica quanto ha, tanto è ricco sfondato. Ma quella figlia di troia ne sa una più del diavolo e non le sfugge niente. Mangia poco, non beve, e ha la testa sul collo: tutto oro quel che vedi. Però ha una lingua, una vera cornacchia! Chi ama ama, chi non ama non ama. Lui, Trimalcione, ha tante terre che per vederle ci vorrebbero le ali di un nibbio e fa soldi su soldi. Nella guardiola del suo portiere c'è più oro di quanto altri ne hanno in un patrimonio intiero. Circa la servitù, lasciamo perdere: ad aver visto in faccia il padrone, porcaccia la miseria, ce ne sarà sì e no uno su dieci. Sta di fatto che questi scrocconi lui se li rivolta come vuole.

38 E non ti credere che compri qualcosa. Gli cresce tutto in casa: lana, cedri, pepe. E se gli chiedi latte di gallina, lui te lo trova. Per fartela breve, visto che la lana di sua produzione non era un granché, ha acquistato a Taranto dei montoni fuoriclasse e li ha messi a montare il gregge. Un'altra volta, per avere miele dell'Attica in casa, ha ordinato che gli portassero le api dall'Attica, in modo che le api nostrane migliorassero un po' stando insieme alle greche. Addirittura in questi giorni ha scritto in India che gli spediscano il seme dei funghi. Non ha una sola mula che non sia figlia di un onagro. Guarda quanti cuscini: ebbene, sono tutti imbottiti con porpora o scarlatto. Questa sì che è fortuna! Gli altri suoi compagni di schiavitù di un tempo, occhio a non prenderli sotto gamba. Si son fatti i soldi anche loro. Lo vedi quello che è sdraiato per ultimo nell'ultima fila? Bene, oggi avrà almeno ottocentomila sesterzi ed è venuto su dal nulla. Figurati che fino a ieri portava la legna sulle spalle. Io non lo so per certo, l'ho solo sentito, ma gira voce che abbia rubato il berretto a Incubo e ci abbia trovato dentro un tesoro. Io però non lo invidio mica uno che dio gli ha fatto un regalo. Lui però puzza ancora di schiavo e se la tira da gran signore. E non è mica tanto che ha fatto appendere fuori questo avviso: "Dal 1° luglio G. Pompeo Diogene affitta questo solaio perché si è fatto l'appartamento". E quell'altro che adesso è là seduto al posto dei liberti? Lui sì che se la passava bene! Non che ce l'abbia con lui. Era arrivato a toccare il milione, e poi zac è crollato. Quello non ha più manco i capelli senza ipoteche! E perdio, non è mica colpa sua. Credimi, non c'è persona migliore di lui. Chi gli ha fregato tutto sono stati dei liberti avanzi di galera. Ricordatelo bene: la pentola in comune non c'è mai dentro niente di buono, e quando va male, gli amici ti saluto e sono. Adesso lo vedi ridotto in quel modo, ma sapessi che bel lavoro faceva! Impresario di pompe funebri, era. A tavola era roba da re: cinghiali impanati, timballi al forno, uccelli, cuochi, fornai. A tavola scorreva più vino di quanto se ne può avere in cantina. Un sogno fatto uomo. Ma quando ha iniziato a girargli storta, per evitare che i creditori lo pensassero con l'acqua alla gola, ha organizzato una vendita all'incanto con questo slogan: "G. Giulio Proculo mette all'asta quello che non gli serve"».

39 Quando ormai ci avevano già portato via i piatti e i commensali cominciavano a straparlare dandoci dentro della grossa col vino, Trimalcione, appoggiato sul gomito, interrompe questo ameno monologo dicendo: «A un vino così bisogna fargli onore. I pesci bisogna che nuotino. Ma ditemi un po', non crederete mica che stasera mi accontenti di quello che avete visto su quella teglia?

"Conoscete così poco Ulisse?".

E allora? Anche seduti a tavola, un po' di cultura non fa mica male. Con buona pace di quella buon'anima del mio padrone, che mi ha voluto uomo fra gli uomini. A me non c'è niente che mi prenda alla sprovvista, e quel piattino di prima ve ne ha dato la prova. Questo cielo che vedete ci abitano dentro dodici dèi che a loro volta si trasformano in altrettanti simboli e adesso diventa l'Ariete. Chi nasce sotto quel segno, avrà molte pecore, molta lana, la faccia di bronzo, la testa dura e il corno sempre sull'attenti. Sotto questo segno nascono molti letterati e rompipalle». Noi facciamo un sacco di complimenti a quella battuta da astrologo, e lui riattacca dicendo: «Poi tutto il cielo diventa Toro. Ed è in questa congiuntura che nascono gli scontrosi, i burini e quelli che bastano a se stessi. Sotto i Gemelli vengono fuori le bighe, i buoi, i coglioni e quelli che tengono il piede dentro due scarpe. Sotto il Cancro ci sono nato io. Per questo sono ben piantato su molti piedi e ho un sacco di possedimenti in terra e in mare. E infatti il granchio sta bene sia lì che qui, ed è per questo che non ci ho fatto mettere sopra nulla, perché niente coprisse il mio segno. Sotto il Leone nascono poi i crapuloni e i prepotenti; sotto la Vergine le femminucce, gli schiavi che se la svignano e quelli che finiscono ai ceppi; sotto la Bilancia i macellai, i profumieri e tutti quelli che vendono merci a peso; sotto lo Scorpione gli avvelenatori e gli assassini; sotto il Sagittario gli strabici che adocchiano la verdura e si fottono il lardo; sotto il Capricorno i disgraziati che si ritrovano le corna sulla testa per colpa dei loro mali; sotto l'Acquario gli osti e le teste di rapa; sotto i Pesci gli chef e i retori. Così gira il mondo come una ruota, e sono sempre guai, sia che gli uomini nascano sia che muoiano. Ecco perché al centro vedete quella zolla con sopra il favo: non faccio mai nulla senza buoni motivi. Nel mezzo c'è la madre terra rotonda come un uovo, e racchiude dentro di sé ogni bene come un favo».

40 «Bravissimo!» gridiamo in coro, e con le mani tese verso il soffitto giuriamo che uomini come Ipparco e Arato non sono degni manco di allacciargli le scarpe, quand'ecco entrano dei servi e sistemano sui triclini dei copriletti che avevano ricamate sopra le reti e cacciatori appostati con in mano gli spiedi e tutti gli arnesi per la caccia. Non sapevamo ancora cosa dovessimo immaginare, quando da fuori della sala si leva un grande baccano, ed ecco che dei cani della Laconia entrano e si mettono a correre all'impazzata intorno alla tavola. A ruota arriva una grossa teglia sulla quale giganteggia un enorme cinghiale con in testa un berretto da liberto: alle sue zanne sono appesi due piccoli cestini di palma intrecciata, pieni uno di datteri freschi e l'altro di secchi. Tutto intorno c'erano dei maialini di pasta di mandorle che, essendo attaccati più o meno alle mammelle, facevano capire che si trattava di una femmina. Ce li regalano, da portarli poi via a fine cena. A tagliare il cinghiale non si presenta quel Trincia che aveva fatto le parti coi polli, ma un energumeno barbuto con le gambe fasciate e un mantello damascato sulle spalle. Impugnato un coltello da caccia, il tipo cala un colpo tremendo nel fianco del cinghiale e dallo squarcio ne esce uno stormo di tordi in volo. Ma lì c'erano già pronti gli uccellatori con tanto di canne, e in un battibaleno li riacciuffano mentre quelli svolazzano per la sala. Dopo aver ordinato di darne uno a ogni invitato, aggiunge: «Guardate un po' che ghiande prelibate si pappava quel porco selvatico!». Due schiavetti afferrano i cestini che pendevano dalle zanne del cinghiale e distribuiscono agli invitati i datteri freschi e quelli secchi.

41 Nel frattempo, appartato com'ero nel mio cantuccio, io mi spremevo le meningi per capire perché mai quel cinghiale avesse in testa il berretto dei liberti. Dopo aver fatto le supposizioni più assurde, mi decido a interpellare di nuovo il mio vicino chiedendogli lumi sul problema che mi assilla. E lui mi fa: «Anche il tuo servo te lo può spiegare benissimo: non è mica un mistero, lo sanno tutti. Visto che gli invitati di ieri sera hanno rimandato indietro questo cinghiale perché scoppiavano di cibo, per questo oggi ritorna a tavola acconciato da liberto». Me la prendo con la mia stupidità e non gli domando più nulla per non dar l'impressione di essere uno che a tavola con gente per bene non c'è mai stato.

Mentre parliamo di queste cose, uno schiavetto bellissimo con i capelli pieni di foglie di vite e di edera e che dice di essere un po' Bromio, un po' Lieo ed Evio, distribuisce grappoli d'uva prendendoli da un cestino e propina versi del padrone con una voce da rompere i timpani. E Trimalcione, voltandosi in direzione di quel suono, dice: «Dioniso, sii libero». Lo schiavetto toglie il cappello al cinghiale e se lo mette in testa. Trimalcione allora insiste: «Ora non potrete più negare che ho il padre Libero». Applaudiamo la battuta di Trimalcione e copriamo letteralmente di baci il ragazzino impegnato nel suo secondo giro.

Dopo questa portata Trimalcione si alza per andare al cesso. E noi, non sentendoci più in soggezione per la sua ingombrante presenza, ci mettiamo a discutere delle cose di cui si parla a tavola. Dama, dopo essersi scolato un bel boccale di vino, rompe il ghiaccio dicendo: «Il giorno dura un istante. Non fai a tempo a voltarti, che è subito notte. Perciò non c'è niente di meglio che passare dal letto alla tavola. E poi abbiamo avuto un freddo del boia, che quasi non bastava il bagno per scaldarmi le ossa. Credetemi, una bella bibita calda è meglio di una coperta. Ne ho tirate giù un bel po' e adesso sono giù ubriaco fradicio. Il vino mi ha dato alla testa».

42 Alla conversazione prende parte anche Seleuco dicendo: «Io non mi lavo mica tutti i giorni, perché il bagno è una cosa da lavandaie: l'acqua ha i denti e ogni giorno ti scola via un pezzo di cuore. Ma basta che mi faccia un bel bicchiere di vino al miele e al freddo gli dico di fottersi. E poi oggi il bagno non l'ho potuto fare perché sono andato a un funerale. Quel povero diavolo di Crisanto, un vero gentiluomo, se n'è andato e mi aveva fatto chiamare un attimo prima. Mi sembra ancora di averlo qui davanti che parliamo. Mah! Siamo otri gonfiati che camminano. Siamo meno delle mosche, che almeno un po' di vitalità ce l'hanno, mentre noi non siamo altro che bolle. E se non avesse fatto la dieta terribile che sappiamo? È andato avanti cinque giorni senza inghiottire una goccia d'acqua o una briciola di pane. Eppure è finito nel mondo dei più. La sua morte ce l'hanno sulla coscienza i medici, o piuttosto un destino stramaledetto. A cosa servono poi i medici se non a tirare su il morale? Però gli hanno fatto un funerale coi fiocchi, disteso sul suo letto pieno di addobbi di lusso. In più l'hanno pianto di cuore per tutti quegli schiavi che aveva affrancato, mentre la sola che fingesse di essere straziata era la moglie. E che diamine avrebbe fatto, se lui non l'avesse sempre trattata come una regina? Le donne, che sanguisughe, le donne! Non si dovrebbe mai fargli del bene, perché è come buttarlo in un pozzo. L'amore col tempo è come averci il cancro».

43 Il tipo cominciava a seccare, tanto che Filerote salta su e dice: «E i vivi dove li mettiamo? Quel tale ha avuto ciò che si meritava: ha vissuto bene e bene è morto. Che ha da lagnarsi? È venuto su dal nulla ed era pronto a raccattare coi denti una moneta nel pieno della merda. E così è cresciuto come è cresciuto, che sembrava un favo. E santiddio mi sa che ha lasciato centomila sesterzi tranquilli, e tutti sull'unghia. Eppure, volete sapere come stanno davvero le cose? Ve lo dico io che non ho peli sulla lingua: era un cafone, una mala lingua, un rissoso di natura, mica un uomo. Suo fratello, lui sì che c'aveva le palle, un vero amico con gli amici, generoso e con la tavola sempre imbandita. All'inizio non gli andò per il verso giusto, poi si rimise in sesto con la prima vendemmia, perché riuscì a vendere il vino a quanto voleva lui. Ma quello che lo rimise del tutto in carreggiata fu un'eredità dalla quale sgraffignò più di quanto gli toccasse. Ma da deficiente qual era andò poi a litigare col fratello, lasciando tutta la sua fortuna a non so quale figlio di nessuno. Chi pianta in asso la sua gente finisce a rotoli. Aveva dei servi che considerava oracoli, e quelli lo aiutarono a finire sul lastrico. Chi fa in fretta a fidarsi del prossimo, finisce che non combina niente di buono, specie se è nel ramo degli affari. Ma una cosa è certa: finché visse, se la spassò alla grande... chi ha avuto, e non chi avrebbe dovuto avere. Era davvero nato con la camicia. In mano sua il piombo diventava oro (che poi è uno scherzo, se tutto gira alla perfezione). E quanti anni credete che avesse? Settanta e rotti. Ma era fatto di ferro, e se li portava bene gli anni, nero come un corvo. Io lo conoscevo dalla notte dei tempi, ma era ancora attivo sessualmente. E mi sa che in casa sua non risparmiasse nemmeno la cagna. E andava anche coi ragazzini, non si tirava mai indietro. Non gli do mica torto: in fondo questa è la sola cosa che si sia portato dietro con sé».

44 Dopo la tirata di Filerote, interviene Ganimede: «Questa è roba che non sta né in cielo né in terra, e nel mentre nessuno ci pensa ai morsi della carestia. Oggi, maledetta miseria, non sono riuscito a trovare un tozzo di pane. E la siccità non vuole mica finirla! E intanto è da un anno che c'è la fame. Gli venisse un colpo agli edili, che fanno le combines coi fornai: "Aiuta me che aiuto te" dicono, mentre la povera gente tira la cinghia e per quelle canaglie è sempre carnevale. Ah, se ci fossero ancora quei duri che ho trovato qui la prima volta che son venuto dall'Asia! Quello sì che era vivere. Se il grano della Sicilia non valeva un fico secco, a 'sti pezzi di galera quelli là gliene davano un sacco e una sporta, che sembrava venisse giù il cielo. Me ne ricordo uno, Safinio: quand'ero ancora un ragazzino, lui stava dalle parti dell'Arco Vecchio. Era un demonio, non un uomo. Dove passava lui, faceva terra bruciata. Ma era onesto, leale, amico con gli amici, potevi giocarci alla morra anche al buio. E in Senato poi, come se li rigirava tutti, dal primo all'ultimo, e come parlava chiaro, senza fare tanti giri di parole. Nel foro, poi, quando aveva la parola lui, era come sentire una tromba. E mai una goccia di sudore o uno sputo: aveva un non so che di asiatico. E con che gentilezza ti salutava, ricordandosi il nome di tutti, come se fosse uno di noi! Così a quei tempi la roba costava una miseria. Comprando un soldo di pane, non si riusciva mica a finirlo in due. Adesso ti danno dei panini che un occhio di bue è più grosso! Poveri noi, ogni giorno che passa è sempre peggio. Questo paese cresce in senso contrario, come la coda di un vitello. Ma come volete che vada se abbiamo un edile che non vale un fico secco, e che darebbe la nostra vita in cambio di una lira? A casa sua se la spassa, e guadagna più lui in un giorno che il resto della gente in tutta la vita. Io lo so benissimo come ha fatto ad arraffare mille denari d'oro. Se solo noi avessimo le palle, quello lì non se la spasserebbe tanto. Il fatto è che a casa siamo tutti leoni, mentre fuori diventiamo pecore. Per quel che mi riguarda, ho già venduto gli stracci che avevo e, se continua la carestia, finisce che mi dò via anche la baracca. Come volete che vada a finire, se gli dèi e gli uomini continuano a fregarsene di questo paese? Mi scommetterei i figli che tutto questo ce lo mandano gli dèi. Nessuno più crede che il cielo sia il cielo, nessuno più rispetta il digiuno, tutti se ne infischiano del padreterno, e sanno solo sgranare gli occhi per contare la roba che hanno. Una volta le signore bene salivano scalze in Campidoglio, coi capelli sciolti e il cuore puro, e imploravano Giove che facesse piovere. Subito veniva giù a catinelle. Ora o mai, e tutti ridevano, fradici come sorci. Oggi invece gli dèi sono imbestialiti perché non c'è più religione. E intanto i campi se ne vanno in malora...».

45 «Ma per piacere» lo interrompe Echione, il rigattiere, «non hai niente di più allegro da raccontarci? "Un po' su e un po' giù", disse il contadino, dopo aver perso il maiale pezzato. Quello che non è oggi, sarà domani. Così va la vita. Se solo ci fossero degli uomini con gli attributi, santiddìo, questo sì che sarebbe il migliore dei paesi! Ma adesso è piena crisi, e mica solo qui da noi. Non dobbiamo fare tanto i difficili: tutto il mondo è paese. Se tu abitassi da un'altra parte, diresti che qui dalle nostre parti i maiali vanno in giro per le strade già belli e cotti. E poi abbiamo la prospettiva di goderci tre giorni di magnifico spettacolo: al posto dei gladiatori di professione un bel grappolo di liberti. Il nostro Tito ha un cuore grosso così ed è pieno di iniziative. Comunque, o questo o quello, alla fin fine qualcosa succederà. Non è tipo da fare le cose a metà, credete a me che con lui sono culo e camicia. Farà gareggiare i più grossi campioni in duelli all'ultimo sangue, col gran massacro finale al centro, che possano vedere tutti gli spettatori. I mezzi per farlo ce li ha. Quando suo padre buonanima è morto, lui si è beccato trenta milioni di sesterzi. Se anche ne spende quattrocentomila, il suo gruzzolo certo non ne risente, e lui verrà ricordato in eterno. Ha già per le mani qualche bel pezzo di galera, più una tizia che combatte sul carro e il tesoriere di Glicone, quello che l'hanno beccato mentre se la faceva con la padrona. E in mezzo al pubblico vedrai che risse tra i mariti gelosi e i seduttori di professione. E quel pezzente di Glicone, che ha fatto buttare il tesoriere tra le belve? Questo sì che è svergognarsi agli occhi di tutti! Che colpa aveva il servo, se era la padrona che lo costringeva a farlo? Lei piuttosto, quella troiona, meriterebbe che se la sbattesse un toro. Ma è proprio vero che chi non può bastonare l'asino, se la prende col basto. E poi Glicone che cosa si credeva, che dalla gramigna di Ermogene venisse fuori qualcosa di buono? Avrebbe anche potuto tagliare le unghie a un nibbio in volo, tanto da un serpente non nasce mica una corda. E Glicone, Glicone ha avuto quello che si meritava: le corna se le porta dietro finché campa, e non gliele toglie nemmeno il diavolo in persona. Chi rompe paga, e i cocci son tutti suoi. Io sento già il profumo del banchetto che ci offrirà Mammea, e le due monete d'oro che ci scapperanno per me e per i miei. Se lo farà davvero, porterà via a Norbano tutto il favore della gente. Puoi scommetterci che per lui sarà un trionfo. Ma, a conti fatti, da quello lì che cosa ci abbiamo ricavato? Ha fatto gareggiare dei gladiatori da due lire, con un piede nella bara, che li sbattevi a terra con un soffio. In passato ho visto dei condannati che di fronte alle bestie erano molto meglio di loro. Ha fatto ammazzare dei cavalieri da lampade, che sembravano dei galli da pollaio. Uno era da caricarlo sul mulo, l'altro aveva i piedi piatti e il terzo, che doveva sostituire un morto, era già morto pure lui con i tendini tagliati. L'unico con un po' di fiato da spendere era un Trace, ma pure lui combatteva come se fosse in palestra. Alla fine li dovettero frustare, tanto la folla gridava "Dàgli, dàgli!": dei veri campioni dell'arte della fuga. "Io comunque uno spettacolo te l'ho offerto", dice lui. E io ti rispondo: "Ti ho battuto le mani. Tu fatti i tuoi bravi conti, e vedrai che ti ho dato più di quello che ho ricevuto. Una mano lava l'altra"».

46 «Mi sa, Agamennone, che tu stai pensando: "Ma di cosa blatera questo rompiscatole?". È perché tu che sai parlare, non parli. Tu appartieni a un'altra categoria, te la ridi dei discorsi dei poveracci. Lo sappiamo benissimo che a forza di letteratura ti sei intronato il cervello. E allora? Bisogna che un giorno riesca a trascinarti in campagna a vedere la mia casetta. Roba da mangiare ne troveremo: un polletto, due uova e vedrai che ce la spasseremo, anche se quest'anno il maltempo ci ha fatto un brutto scherzo. Troveremo il modo di riempirci fino agli occhi. E là c'è pronto per te un allievo, il mio piccolo tesoro, che sa già dividere per quattro e se ce la farà a campare sarà un docile schiavetto al tuo fianco. Appena ha un attimo di tempo, lo passa con la testa sui libri. Sale in zucca ne ha, la stoffa è buona, solo che ha la mania degli uccelli. Un giorno gli ho ucciso tre cardellini e poi ho dovuto raccontargli che se li era pappati una donnola. Allora lui si è cercato degli altri svaghi e adesso va pazzo per la pittura. Ad ogni modo ha dato un calcio al greco e si è dato al latino che è un piacere, anche se l'insegnante che ha è uno pieno di boria e non sta fermo un attimo: arriva, si fa dare da scrivere, ma voglia di lavorare, figurati. Ce n'è poi un altro che non sarà un pozzo di scienza ma ce la mette tutta e insegna più di quello che sa. Di solito ci viene in casa nei giorni di festa e si accontenta di qualunque cifra gli dai. Adesso ho comprato al ragazzino qualche testo di diritto, perché voglio che abbia un'infarinatura nelle questioni legali ad uso domestico. Quella roba lì sì che dà da mangiare. Di letteratura si è già imbottito abbastanza. Che se poi non ne ha voglia, ho deciso di fargli imparare un mestiere: il barbiere, il banditore di aste, o di sicuro l'avvocato, qualcosa insomma che gli serva finché campa. Ed è per questo che ogni giorno gli ripeto: «Primigenio mio, dài retta a papà, tutto quello che impari, lo impari per te. Guarda Filerone, l'avvocato: se non avesse studiato, oggi non metterebbe insieme il pranzo con la cena. Fino all'altro ieri faceva il facchino, e adesso tiene testa perfino a Norbano. La cultura è un vero tesoro, e un mestiere non te lo toglie nessuno».

47 Giravano discorsi di questo tipo, quando Trimalcione fa il suo ingresso in sala. Si asciuga la fronte, si lava le mani con una lozione profumata e poi dice: «Cari amici, perdonatemi, ma già da un po' di giorni non vado di corpo e i medici non ci capiscono nulla. Tuttavia mi hanno fatto abbastanza bene la scorza di melagrana e l'infuso di resina all'aceto, e spero che il mio intestino torni a fare il suo dignitoso servizio. Se no mi ricomincia questo gorgoglio dalle parti dello stomaco che sembro un toro. Anzi se c'è qualcuno di voi che ha bisogno di andare in bagno, non è proprio il caso di vergognarsene. Nessuno è venuto al mondo senza buchi. E io non penso ci sia tortura peggiore che il doversi trattenere. Questa è l'unica cosa che nemmeno Giove ci può impedire. Ridi, eh Fortunata, proprio tu che di notte non mi lasci chiudere gli occhi? Ad ogni modo anche qui in sala da pranzo io non vieto a nessuno di fare i suoi bisogni, e i medici stessi sconsigliano di trattenersi. Se poi scappa qualcosa di più grosso, lì fuori c'è pronto tutto quello che serve: acqua, pitali e il resto degli accessori. Date retta a me, le flatulenze trattenute salgono al cervello e poi vanno in circolo per tutto il corpo. So che molti ci hanno rimesso la pelle, a forza di non voler guardare le cose in faccia».

Lo ringraziamo per la sua generosa comprensione, e subito soffochiamo un attacco di riso bevendo a piccoli sorsi, uno via l'altro. E non sapevamo, dopo tutta quella roba, di essere - come si dice - appena a metà strada. Infatti, una volta sparecchiati i tavoli a suon di musica, ecco entrare tre maiali bianchi provvisti di guinzagli e campanelli, che hanno, stando a quanto dice il presentatore, uno due anni, l'altro tre mentre il terzo già sei. Io pensavo che stessero per entrare gli acrobati e che i maiali si sarebbero esibiti, come succede nei circhi, in numeri straordinari. Ma Trimalcione, dissipando subito ogni dubbio, dice: «Quale di questi volete che vi venga immediatamente servito? Un galletto domestico, uno spezzatino di pollo alla Penteo e robetta di questo tipo la sanno preparare pure i contadini: i miei cuochi sono capaci di mettere in pentola e cuocere anche vitelli interi». Manda subito a chiamare un cuoco e, senza aspettare che fossimo noi a scegliere, gli ordina di scannare il più vecchio, chiedendogli ad alta voce: «Di che decuria sei?». Quando quello rispose che era della quarantesima, Trimalcione gli chiese: «Ti ho comprato fuori, oppure mi sei nato in casa?». «Né l'uno né l'altro» risponde il cuoco: «ti sono stato lasciato in eredità da Pansa». «Allora vedi di servire bene, se no ti faccio sbattere tra i lacchè». Messo sull'avviso dall'autorità, il cuoco si lascia trascinare in cucina dal candidato all'arrosto.

48 Trimalcione si gira verso di noi e, con lo sguardo dolce, dice: «Se il vino non è di vostro gradimento lo cambiamo. Però bisogna che voi gli facc