ll SATIRICON
1 «Sono forse di un altro tipo le smanie
che tormentano i declamatori quando affermano: "Queste
ferite me le sono procurate per la libertà del paese; quest'occhio
l'ho perso per voi; datemi una guida che mi guidi dai miei
figli perché i garretti recisi non mi reggono più in piedi"?
Sproloqui come questi sarebbero di per sé sopportabili se
facilitassero la strada a quelli che vogliono darsi
all'oratoria. Ma a forza di tirate piene di niente e frasi
berciate a vanvera, il solo effetto che ne deriva è di farli
sentire in un altro mondo non appena mettono piede nel foro.
Ed è per questo, a parer mio, che nelle scuole i ragazzi
rimbecilliscono perché non vedono e non sentono niente di
quello che abbiamo sotto mano, ma solo pirati che tendono
agguati sulle spiagge con tanto di catene, tiranni che
emettono editti con l'ordine ai figli di tagliare la testa
ai propri padri, responsi di oracoli che impongono di
immolare tre o più verginelle per placare un'epidemia, o
ancora bolle di parole in salsa di miele e tutti quei fatti
e detti che sono come conditi col sesamo e il papavero.
2 Chi va avanti nutrendosi di questa
roba, non può avere gusto più di quanto non profumino quelli
che vivono in cucina. Lasciatemelo dire, vi prego, ma
l'eloquenza siete stati voi retori i primi a rovinarla.
Grazie ai vostri giochetti deliranti con suoni vacui e
inutili svolazzi, avete snervato il corpo del discorso
facendolo crollare a terra. I giovani non si erano ancora
impastoiati nelle declamazioni, quando Sofocle o Euripide
trovarono le parole con le quali dovevano esprimersi, e il
maestro in naftalina non aveva ancora danneggiato gli
ingegni, quando Pindaro e i nove lirici rinunciarono a
cantare sui ritmi di Omero. E per non citare soltanto i
poeti, a quanto ne so, né Platone né Demostene si diedero
mai a questo genere di esercizi. L'oratoria grande e - mi
verrebbe da dire - onesta non vive di trucchi né di
gonfiature, ma svetta per bellezza naturale. È da poco che
questa logorrea tutta vuoti e turgori si è abbattuta
dall'Asia su Atene, e come una stella del male ha invasato
le menti delle giovani promesse, così che, una volta
corrotti i princìpi, l'eloquenza è rimasta basita nel suo
silenzio. Insomma, chi è più riuscito a uguagliare la fama
di un Tucidide o di un Iperide? Ma neppure la poesia ha più
avuto un bell'aspetto, e tutti i suoi generi, come se si
fossero nutriti dello stesso cibo, non sono riusciti a
invecchiare fino ad avere i capelli bianchi. Alla pittura è
toccata la stessa sorte, quando quegli sfrontati degli Egizi
hanno trovato la scorciatoia per un'arte tanto eccelsa».
3 Ad Agamennone non andò a genio che io
declamassi nel portico più a lungo di quanto lui non avesse
sudato a scuola e disse: «Giovanotto, visto che la tua
tirata non incontra il gusto della gente e, cosa davvero
insolita, hai del sale in zucca, voglio svelarti i segreti
del mestiere. In questi esercizi la colpa non è di certo dei
maestri: passando il tempo coi dementi, finiscono per
diventare dementi anche loro. Infatti se non insegnassero
quello che aggrada ai ragazzini, come dice Cicerone "a
scuola ci rimarrebbero solo loro". Prendi gli adulatori da
commedia: per scroccare pranzi ai ricchi rimuginano tra sé e
sé solo quello che a loro parere manderà in visibilio
l'uditorio - e infatti non riescono mai a ottenere quel che
desiderano se non tendono qualche trabocchetto alle
orecchie. Stessa cosa per il maestro di eloquenza: come il
pescatore, se non attacca all'amo l'esca che piace ai
pesciolini, resterà sullo scoglio senza che abbocchi mai
nulla.
4 E allora che fare? È coi genitori che
bisogna prendersela perché non vogliono che i loro rampolli
facciano progressi sottostando a severa disciplina. Tanto
per cominciare sacrificano tutto, ivi incluse le proprie
aspettative, all'ambizione. In secondo luogo, pur di
centrare in fretta gli obiettivi, buttano nel foro dei
ragazzotti immaturi, e imbottiscono di retorica - che a loro
detta non ha eguali - dei bambinetti appena nati. Se invece
lasciassero allo studio uno sviluppo graduale, permettendo
così ai giovani di modellare le proprie menti sui precetti
della filosofia, di migliorare lo stile con rigore
impietoso, e di soffermarsi a lungo sui modelli da imitare,
convincendosi che non è affatto una gran cosa quello che
piace ai bambini, allora sì che la grande oratoria
ritroverebbe tutto il prestigio della sua maestà. Ma al
giorno d'oggi a scuola i ragazzi passano il tempo a giocare,
nel foro i giovani si rendono ridicoli e - cosa ben più
umiliante - i vecchi non hanno il coraggio di ammettere di
aver studiato in passato soltanto boiate. Ma perché tu non
debba pensare che io ce l'ho con le improvvisazioni alla
buona alla maniera di Lucilio, eccoti la mia opinione in
versi:
5 Chi punta agli effetti di un'arte
austera
e rivolge la mente a grandi cose, depuri
innanzitutto i suoi costumi con princìpi
severi.
Sdegni con viso aperto la reggia truce,
non punti a mense ricche da cliente di
signori,
non si mescoli alla feccia svilendo nel
vino
la fiamma del talento, né sieda in teatro
a fare da claque al soldo di un istrione.
Ma sia che gli sorrida la rocca di
Pallade in armi,
o la terra abitata dal colono spartano
o la dimora delle Sirene, dedichi ai
versi
i suoi primi anni e beva con animo lieto
al fonte Meonio.
Poi, dopo aver pascolato col gregge di
Socrate,
spazi pure libero a briglie sciolte
brandendo le possenti armi
di Demostene. Lo circondi quindi la massa
dei Romani,
e libera dai ritmi greci lo infonda di
inediti aromi.
Talora lasci il Foro la penna e fugga via
nel vento,
e la Sorte risuoni scandita da un ritmo
veloce.
Diano pure lo spunto conflitti cantati da
truce cantore,
solenni tuonino le parole dell'indomito
Cicerone.
Adòrnati l'animo di queste bellezze:
invaso da simili acque feconde,
verserai dal tuo petto parole degne delle
Muse».
6 Occupato com'ero ad ascoltarlo, non mi
rendo conto che Ascilto se l'era squagliata... E mentre
passeggiavo in giardino nell'imperversare di quel mare di
parole, arriva sotto il portico una gran massa di studenti,
reduci, lo si capiva benissimo, dalla declamazione
estemporanea di un pincopallino che aveva attaccato a
parlare dopo l'esibizione di Agamennone. Così, mentre quei
giovani se la ridevano dei temi trattati e criticavano
l'intera struttura del discorso, prendo la palla al balzo e
me la svigno, buttandomi di corsa sulle tracce di Ascilto.
Non seguivo però un percorso preciso, né mi ricordavo dove
fosse la mia locanda. E così, dovunque mi dirigessi,
continuavo a ritrovarmi al punto di partenza, finché,
sfinito dalla corsa e ormai fradicio di sudore, mi accosto a
una vecchietta che vendeva verdure dei campi e le chiedo:
7 «Senti un po', nonnina, sai mica dove
abito?». Divertita dalla demenza della mia battuta,
risponde: «Lo so sì», si alza e comincia a farmi strada. Io
credevo fosse un'indovina e...
Dopo un po' arriviamo in una zona fuori
mano: lì quello spasso di vecchietta scosta una tenda color
birulò e fa: «Mi sa che abiti qua». E mentre io le ripetevo
che quella casa non l'avevo mai vista, vedo dei tizi che si
aggirano furtivi in mezzo a delle scritte invitanti e a
prostitute senza niente addosso. Capisco allora, anche se è
ormai troppo tardi, di essermi lasciato trascinare in un
bordello. Così, imprecando contro il tiro giocatomi dalla
vecchia, mi copro la testa e, attraversando il bordello, me
la dò a gambe verso la parte opposta, quando ecco che
proprio sulla porta mi imbatto in Ascilto pure lui stanco
morto come me. Probabile che lì ce l'avesse trascinato la
stessa nonnina. Perciò lo saluto con una risata e gli chiedo
che cosa ci fa in un buco tanto laido.
8 Lui si asciuga il sudore con le mani ed
esclama: «Se solo sapessi cosa m'è capitato!». «E come
faccio a saperlo?» gli faccio io. Ma lui, con un filo di
voce, aggiunge: «Mentre stavo girando la città in lungo e in
largo senza trovare dove avevo lasciato il nostro alloggio,
mi si accosta un tipo stile padre di famiglia e gentilissimo
promette di farmi strada lui. Poi però, attraverso una serie
di vicoli uno peggio dell'altro, mi ha trascinato fino qua
e, tirando fuori di tasca i soldi, ha iniziato a insistere
perché cedessi alle sue voglie. La tenutaria si era già
presa i soldi della stanza, quello aveva già iniziato a
mettermi le mani addosso, e se non fossi stato più grosso di
lui, l'avrei pagata cara».
*
A tal punto mi sembrava che tutti lì
intorno avessero tracannato satirio.
*
Unendo le forze ci sbarazzammo di quel
rompipalle.
*
9 [ENCOLPIO]. Come se fosse avvolto dalla
nebbia, vidi Gitone in piedi sul marciapiedi di un vicolo e
mi precipitai a razzo da quella parte.
Mentre mi informavo se il fratellino ci
aveva preparato qualcosa da mettere sotto i denti, il povero
ragazzo si venne a sedere sul letto, asciugandosi col
pollice le lacrime che gli inondavano la faccia. E io,
colpito dallo stato del piccolo, gli chiesi che cosa fosse
successo. Lui, diciamocelo, dopo un bel po' e senza troppo
entusiasmo, e solo quando dalle preghiere ero passato alle
maniere forti, disse: «Il tuo bel fratellino, o degno
compare che sia, un attimo fa si è scaraventato qui e ha
iniziato a fare di tutto per attentare al mio pudore. E
quando io ho attaccato a strillare, lui ha tirato fuori la
spada e mi ha detto: "Se giochi a fare Lucrezia, allora
eccoti qua il tuo Tarquinio!"».
A sentire queste cose, saltai agli occhi
di Ascilto pronto a prenderlo a cazzotti e gli urlai:
«Cos'hai da dire tu, culattone passivo che di pulito non hai
nemmeno il fiato?». Ascilto finse di andare in bestia e,
agitando più forte i pugni, gridò con più voce ancora: «Ma
piantala tu, schifoso di un gladiatore scampato al massacro
del circo! Pezzo di galera che non sei riuscito a farti una
donna a posto nemmeno quando ti tirava ancora. Proprio tu
che nel parco mi facevi lo stesso servizio che adesso in
questa locanda tocca al ragazzino!». «Sentitelo!» ribattei
io, «tu che te la sei svignata nel pieno dell'interrogazione
col maestro!».
10 «O razza di deficiente, cosa ci potevo
fare se morivo di fame? Forse stare a sentire quei deliri a
base di paccottiglia e interpretazioni di sogni? Per Dio,
sei ben più schifoso tu che per farci scappare una cena ti
sei messo a tessere le lodi del poeta!». Ma alla fine, dopo
tutta quella baraonda vergognosa, la buttiamo sul ridere per
occuparci più tranquillamente del resto.
*
Poi però, ripensando al torto subito, gli
faccio: «Ascilto, guarda che tra noi due non può mica
funzionare. Dividiamoci quei due stracci che abbiamo e
vediamo di sbarcare il lunario ciascuno per conto suo. Un
briciolo di cultura ce l'abbiamo tutti e due. Per non
intralciarti nei tuoi giri, ti prometto di mettermi a fare
dell'altro: se no finisce che ogni giorno saltano fuori
mille motivi per litigare e a forza di risse a parole
diventiamo lo zimbello di tutta la città». Ascilto, che non
aveva nessuna obiezione, mi risponde: «Visto che oggi, in
qualità di studenti, ci siamo guadagnati una cena, cerchiamo
di non rovinarci la serata. Vuol dire che domani (è questo
che vuoi, no?) mi andrò a cercare un'altra locanda e un
altro compagno». «Certo che è una seccatura» ribatto io,
«dover rimandare quanto si è deciso».
*
A spingermi a una separazione così
frettolosa era la foia: da un pezzo infatti volevo togliermi
di torno quel rompi di un guardiano per riallacciare con
Gitone il rapporto di un tempo.
*
11 Dopo aver setacciato ogni angolo della
città, me ne torno nella mia stanzetta e lì, ottenuti
finalmente dei baci come si deve, mi avvinghio al ragazzino
con abbracci da favola, centrando il mio obiettivo da fare
invidia. Ma non avevo ancora fatto tutto per bene, che
Ascilto, avvicinatosi alla porta in punta di piedi, rompe i
chiavistelli con una spallata e mi becca che me la spasso
col fratellino. Riempiendo la stanza di risate e applausi,
tira via il mantello che avevo addosso e grida: «Che stavi
combinando, razza di santerellino? In due sotto la stessa
coperta, eh?». E mica si ferma alle sole parole. No, tira
fuori la cinghia dalla valigia e attacca a menarmi di santa
ragione, in più ripetendo con tono sfacciato: «Così impari a
non dividere con un fratello».
*
12 Al tramonto arriviamo al mercato, e lì
vediamo esposta una quantità di merce che non era proprio di
gran valore, ma la cui provenienza alquanto sospetta passava
facilmente inosservata nel lusco e brusco dell'ora. Dato che
anche noi ci eravamo portati dietro il mantello rubato,
decidemmo di prendere al volo l'occasione e, piazzatici in
un angolo, attaccammo a sbandierarne l'orlo, nella speranza
che la bellezza del tessuto attirasse per caso qualche
acquirente. Un attimo dopo un contadino, che a me sembrava
però di avere già visto, ci si avvicina con una donnetta al
fianco e si mette a esaminare il mantello con grande
attenzione. Ascilto a sua volta attacca a fissare le spalle
del villico, e tace di colpo, sbigottito. Allora scruto
anch'io il tizio, non senza una certa apprensione, perché mi
dà l'impressione di essere quello che aveva trovato la
tunica nella grotta. E infatti era proprio lui. Ascilto, non
fidandosi degli occhi e non volendo del resto agire in
maniera avventata, prima gli si avvicina dando l'impressione
di voler anche lui comprare e poi gli tira giù dalle spalle
un lembo del mantello e attacca a tastarlo con cura.
13 Che incredibile botta di fortuna! Quel
bifolco non era curioso e fino a quel momento non aveva
ancora frugato tra le cuciture, ma cercava di sbarazzarsi
del mantello con aria seccata e come se si trattasse dello
straccio di un barbone. Ascilto, rendendosi conto che il
malloppo non era stato toccato e che il tipo non era
un'aquila come venditore, mi prende in disparte e mi fa: «Ti
rendi conto, fratello mio, che abbiamo di nuovo in mano il
tesoro che tanto mi ha fatto piangere? Il mantello è proprio
quello e a quanto pare dentro ci sono ancora le monete d'oro
che fino ad oggi nessuno ha toccato. Che si fa dunque, e a
che titolo possiamo rivendicare la nostra roba?».
E io, gongolando non solo per il fatto di
vedermi davanti il bottino ma anche perché la sorte mi aveva
liberato dalla vergogna del sospetto, gli dissi che non
bisognava ricorrere a maneggi, ma che era meglio basarsi sul
codice senza tanti sotterfugi, in modo tale che, se quei due
non volevano restituire la roba al legittimo proprietario,
la faccenda venisse portata davanti al pretore.
14 Invece Ascilto, che aveva paura della
legge, mi dice: «Ma qui chi ci conosce? Chi darà retta alle
nostre parole? Ora che l'abbiamo riconosciuto, io sono
dell'avviso di comprarlo il mantello, anche se è roba
nostra, e recuperare il tesoro per un tozzo di pane, senza
starci a impelagare in una causa che non si sa come possa
andare a finire.
Che cosa può la legge là dove regna solo
il denaro
e dove il poveraccio non la spunta mai?
Persino quelli che girano con la bisaccia
dei Cinici
han l'abitudine qualche volta di vendere
la verità a poche lire.
Così la giustizia non è altro che
pubblica merce,
e il cavaliere seduto tra i giurati
approva la vendita».
Ma in tasca non avevamo altro che due
soldi per comprarci ceci e lupini. E così, per non lasciarci
sfuggire la preda, decidiamo di vendere il nostro mantello
per una miseria e di rifarci della perdita con un colpo di
ben altra portata. Non appena scioriniamo la nostra
mercanzia, la donnetta col capo coperto che era insieme al
villico, dopo aver esaminato con cura certi ricami, si
avventa con le mani sull'orlo del mantello e attacca a
urlare «al ladro, al ladro!», come un'ossessa. Noi, invece,
sconvolti, per non sembrare incerti e succubi, ci buttiamo
sulla tunica sbrindellata e lercia, sostenendo con la stessa
foga che quello che loro hanno in mano è roba nostra. Ma tra
gli oggetti contesi non c'era paragone: infatti anche i
rigattieri accorsi in massa alle urla se la ridevano della
nostra indignazione, perché una parte reclamava un mantello
sfarzoso, mentre l'altra, la nostra, voleva indietro una
veste rattoppata inutile persino per ricavarne strofinacci.
Alla fine Ascilto fu bravo a bloccare le risate e, ottenuto
il silenzio, dichiarò:
15 «Visto che ognuno ci tiene alla roba
sua, se loro ci danno indietro la tunica, noi gli
restituiamo il mantello». Al villico e alla donna l'idea
dello scambio sarebbe andata anche a genio, se non fosse
stato per dei presunti legulei (o meglio, data l'ora, dei
ladruncoli notturni decisi a impadronirsi del mantello), i
quali ci intimano di consegnare in mano loro entrambi gli
indumenti, così che il giorno dopo un giudice possa
pronunciarsi a riguardo. Infatti non erano in questione
soltanto quegli oggetti, come poteva sembrare, ma andava
esaminato ben altro, perché su entrambe le parti gravava il
sospetto del furto. Ormai si era già d'accordo sul
sequestro, quando uno dei rigattieri non meglio
identificato, col cranio pelato e la fronte piena di bozze,
uno che a tempo perso si andava a immischiare nei processi,
arraffa il mantello dichiarando che lo avrebbe esibito il
giorno dopo in tribunale. Ma era evidente che quelle
canaglie volevano soltanto metter le mani sul mantello,
sicuri che se noi l'avessimo consegnato, il giorno dopo non
ci saremmo presentati all'udienza, per paura di essere
accusati di furto.
In fin dei conti era quello che volevamo
anche noi. Ma fu il caso a venire incontro a entrambe la
parti. Infatti il contadino, infuriato di fronte alla nostra
pretesa di vedere esibito anche quello straccio, buttò la
tunica sul grugno di Ascilto e ci intimò - non avendo noi
più alcuna lamentela da fare - di mollargli il mantello, che
al presente restava l'unica ragione della contesa,
*
recuperato, come pensavamo, il malloppo,
ce la filiamo a rotta di collo in pensione e, dopo esserci
sprangati in camera, attacchiamo a ridere a crepapelle sulla
stupidità dei rigattieri e di quei figuri, che con tutta la
loro furbizia avevano finito col restituirci il gruzzolo.
Non voglio avere subito quel che
desidero,
né amo la vittoria bella e pronta.
*
16 Avevamo appena finito di rimpinzarci
coi manicaretti preparati da Gitone, quando sentiamo bussare
alla porta con fragore minaccioso.
Chiediamo pieni di paura «Chi è?», e
subito da fuori una voce ci risponde: «Apri e lo saprai».
Mentre ci scambiamo queste battute, lo scrocco della porta
scivola via da solo e i battenti si spalancano, lasciando
entrare il nuovo venuto. È una donna con un velo sul viso,
la stessa che poco prima era insieme al contadino.
«Credevate di avermi presa in giro?» dice. «Sono l'ancella
di Quartilla, che poco fa voi avete disturbato mentre
celebrava un sacrificio di fronte alla cripta. È venuta di
persona qui alla vostra locanda e chiede di potervi parlare.
Non spaventatevi: non vuole accusarvi né punirvi per
l'errore che avete commesso. Piuttosto muore dalla voglia di
sapere quale dio mai abbia condotto dalle sue parti dei
giovanotti così a modo».
17 Mentre noi ce ne stiamo a bocca chiusa
senza azzardarci a prendere posizione, lei entra
accompagnata da una ragazzina, si siede sul mio letto e
attacca a piangere come una fontana. Noi continuiamo a
tacere e aspettiamo increduli che la finisca con tutte
quelle lacrime che si era preparata per simulare un grande
dolore. Quando finalmente quel diluvio da sceneggiata si
smorza, la donna si toglie il velo scoprendo un volto
indignato e, stropicciandosi le mani fino a far scrocchiare
le giunture, dice: «Che razza di sfrontatezza è mai la
vostra! E dove avete imparato questi numeri da balordi che
superano di gran lunga quelli teatrali? Provo pena per voi,
dio solo sa quanto, perché nessuno ha mai assistito a
cerimonie di culto proibite passandola liscia. In ogni modo,
il nostro territorio è così affollato di numi tutelari, che
in giro è più facile trovare un dio che un uomo. Ma non
crediate che sia venuta qua per vendicarmi. Mi ha toccato
più la vostra giovane età che non l'offesa subita, perché ho
l'impressione che sia stata l'imprudenza a farvi commettere
un sacrilegio tanto imperdonabile. Quella notte ebbi dei
brividi di freddo tanto preoccupanti da farmi temere un
attacco di febbre terzana. Così cercai rimedio nel sonno e
mi fu ordinato di cercarvi e di smorzare l'assalto della
malattia ricorrendo a un ingegnoso espediente. Ma al momento
non è il rimedio la mia più grossa preoccupazione: mi spezza
il cuore un dolore ben più grande che finirà per togliermi
la vita, e cioè la paura che voialtri, giovani e
irresponsabili come siete, andiate a raccontare in giro quel
che avete visto nel santuario di Priapo, e diate in pasto
alla gente i segreti propositi degli dèi. Per questo mi
inginocchio davanti a voi con le mani tese, chiedendovi e
supplicandovi di non mettere in burla i riti notturni, e di
non rivelare segreti tanto antichi, di cui sono venuti a
conoscenza sì e no un migliaio di uomini».
18 Dopo questa implorazione, scoppia di
nuovo in lacrime e, scossa da singhiozzi esagerati, affonda
il petto e il volto nel mio letto. Commosso e impressionato
al contempo, io le dico di farsi coraggio e di stare
tranquilla tanto per l'una che per l'altra cosa: nessuno
sarebbe andato a raccontare in giro i sacri misteri, e se
poi un dio le avesse consigliato qualche altro rimedio per
la sua febbre terzana, non avremmo avuto esitazioni a dare
una mano alla divina provvidenza, anche a costo di rischiare
di persona. Tornata di buon umore dopo la promessa, la donna
attacca a sbaciucchiarmi da tutte le parti, e, passando
dalle lacrime al riso, mi aggiusta con tocchi languidi i
capelli dietro le orecchie e poi dice: «Con voi voglio fare
pace e ritiro ogni accusa. Se però non aveste accettato di
darmi la medicina che cerco, era già pronta per domani una
banda incaricata di vendicare l'offesa fatta alla mia
dignità:
Venir disprezzati è infame, perdonare è
bello.
Amo seguir la via che mi piace.
Se offeso, anche il saggio chiede
ragione,
ma vince davvero chi non taglia la gola
all'avversario».
*
Poi, battendo le mani, scoppia in una
risata tanto fragorosa che ci spaventiamo. Dal canto loro,
si mettono a fare la stessa cosa anche l'ancella che l'aveva
preceduta e la ragazzina che era arrivata con lei.
19 Tutta la stanza rimbombava di quelle
risa farsesche, mentre noi, che non riuscivamo ancora a
capire che cosa avesse causato un mutamento di umore tanto
repentino, un po' ci guardavamo negli occhi tra di noi, e un
po' fissavamo le donne.
*
«È per questo che oggi ho dato istruzione
di non fare entrare anima viva nella locanda, per avere da
voi il rimedio alla terzana, senza che nessuno venga a
interrompere». A queste parole di Quartilla, Ascilto rimase
mezzo basito, mentre io, che dentro mi sentivo più freddo di
un inverno in Gallia, non riuscivo a spiccicare verbo. A
farmi escludere il peggio era la composizione del gruppo.
Loro erano infatti solo tre donnicciole per giunta non
troppo in forze e, se solo avessero osato farci qualche
brutto tiro, noi per lo meno avevamo dalla nostra il sesso.
Inoltre, con la tunica tirata in su eravamo anche meno
lenti. Ad ogni modo avevo già studiato gli accoppiamenti nel
caso si fosse arrivati al corpo a corpo: io me la sarei
vista con Quartilla, Ascilto con l'ancella e Gitone con la
ragazzina.
*
In quel momento rimanemmo sbigottiti e
sentimmo che le forze ci venivano meno, mentre una morte
certa cominciava a offuscare gli occhi di noi poveracci.
*
20 «Signora», dico, «se hai in mente
qualcosa di peggio, vedi di metterlo in pratica in fretta,
perché non abbiamo commesso un delitto tanto grave da morire
tra mille tormenti».
*
L'ancella che si chiamava Psiche stese
con cura una coperta sul pavimento.
*
Mi maneggiò gli attributi che ormai erano
freddi come se fossero morti un migliaio di volte.
*
Ascilto aveva nel mentre infilato la
testa nel mantello, perché era stato messo in guardia sul
rischio di ficcare il naso nei segreti affari altrui.
*
L'ancella tirò fuori di tasca due
cordicelle, usandone prima una e poi l'altra per legarci
mani e piedi.
*
Ascilto, vedendo che la conversazione era
arrivata a un punto morto: «Che diamine?» disse «Possibile
che non mi venga versato un goccetto?». E l'ancella,
chiamata in causa dalla mia risata, batté le mani e
dichiarò: «Cocco, io l'ho messo qua... Ti sarai mica bevuto
da solo tutta quella roba?». «Cosa?» interruppe Quartilla
«Encolpio s'è scolato tutto il satirio che c'era?».
*
Ancheggiò senza tanto sbracarsi in
risate.
*
Perfino Gitone alla fine scoppiò a
ridere, specie quando la ragazzina gli si avvinghiò al
collo, cominciando a inondarlo di baci cui lui non diceva
certo di no.
*
21 Disperati come eravamo, avremmo voluto
chiedere aiuto, ma non c'era un cane che ci potesse dare una
mano. E non appena io cercavo di attirare l'attenzione dei
passanti, Psiche mi punzecchiava le guance con una forcina
da capelli, mentre la ragazzetta tormentava Ascilto con un
pennellino ugualmente imbevuto di satirio.
*
Per ultimo sopraggiunse un culattone in
vestaglia color mirto con tanto di cintura... si venne a
strusciare addosso a noi agitando le natiche e ci insozzò
con dei baci schifosi, finché Quartilla, con una stecca di
balena in mano e la gonna tirata su, gli intimò di aver
pietà di noi e di lasciarci tirare il fiato.
*
Con formule sacrosante giurammo tutti e
due che un segreto tanto terribile ce lo saremmo portati
nella bara.
*
Entrarono dei massaggiatori in massa che
ci unsero da capo a piedi di olio di oliva rimettendoci in
sesto. Così, non sentendo più la stanchezza, indossammo gli
abiti per la cena e fummo portati in una camera attigua dove
c'erano tre letti pronti all'uso e una parata di leccornie
imbandite come dio comanda. Ci dissero di sdraiarci e subito
attacchiamo con un antipasto incredibile che inondiamo
addirittura con del Falerno. Rimpinzati da molti altri
manicaretti, quando ormai stiamo per franare nel sonno,
Quartilla interviene: «Non penserete mica di andarvene già a
letto, quando sapete benissimo che questa notte va dedicata
per intero al culto di Priapo?».
*
22 Mentre Ascilto, stremato da tutte
quelle avventure, non si reggeva più in piedi dal sonno,
l'ancella da lui prima ingiuriosamente respinta gli sfrega
tutta la faccia con della fuliggine e gli tatua sui fianchi
e sulle spalle tanti bei cazzetti senza che lui se ne
accorga. Anch'io, stremato com'ero da tutti quegli
accidenti, comincio a pregustarmi il piacere di un
sonnellino. Lo stesso fa la servitù dentro e fuori la sala
da pranzo: c'è chi si stravacca tra i piedi degli invitati,
chi invece ronfa accasciato contro le pareti, mentre altri
se la dormono in piedi sulla porta, testa contro testa,
mentre le lampade, con l'olio ormai quasi finito, spandono
una luce fioca e tremolante. In quel momento due schiavi
siriani entrano nella sala da pranzo per portarsi via una
bottiglia: mentre se la contendono con la bava alla bocca in
mezzo a tutti quegli argenti, la bottiglia sgraffignata cade
e va in mille pezzi. Insieme a tutta l'argenteria crolla a
terra anche il tavolo e capita che un bicchiere schizzato in
aria per poco non mandi al creatore una serva stravaccata su
un letto. Per la botta la tipa caccia un urlo e
automaticamente stana i ladri svegliando parte della gente
ubriaca. I due siriani venuti a fare il colpo, quando si
vedono scoperti, in un attimo si lasciano cadere ai piedi di
un letto, come da copione, e attaccano a russare quasi
stessero dormendo da un pezzo.
L'addetto al triclinio, svegliato anche
lui, versa dell'olio nelle lampade ormai in riserva, mentre
i servi più giovani, dopo essersi stropicciati un attimo gli
occhi, tornano alle loro faccende, proprio mentre entra in
sala una virtuosa di cembalo che ci sveglia tutti con un
colpo di piatti.
23 Il festino riprende e Quartilla invita
di nuovo a trincare. La tipa del cembalo fa crescere
l'allegria della gozzoviglia.
*
Entra di nuovo il culattone, uomo di rara
demenza e in tutto all'altezza di quella casa, il quale,
dopo aver fatto scrocchiare le dita fino a farsi male, se ne
esce con questi versi:
Qua, qua radunatevi qua mie morbide
checche,
avanti, correte veloci, librate nel vento
le piante,
veloci di coscia, di natica lesti, di
mano sfrontati,
miei vecchi, adorati, castrati di Delo.
Dopo aver chiuso coi suoi versi, mi sbava
la faccia con un bacio schifosissimo. Poi mi salta sul letto
e mettendocela tutta riesce a spogliarmi anche se io non
voglio, e si dà molto da fare, e a lungo, con le mie parti
basse, senza grossi risultati. Dalla fronte fradicia di
sudore gli colano rivoli di belletto, mentre nelle grinze
del viso c'era tanto di quel fondotinta che l'avresti
scambiato per un muro scrostato dalla pioggia battente.
24 Non riesco a trattenere più a lungo le
lacrime e, arrivato al colmo dell'avvilimento, esclamo: «Mia
signora perdonami, ma avevi ordinato di portarmi il vasino?».
Lei batte con grazia le mani e replica: «Ma che tipo sottile
e che spirito da uomo di mondo! Ma come? Non avevi capito
che qui i culattoni li chiamiamo vasini?». Poi, perché ce ne
fosse anche per il mio socio, osservo: «Ma abbiate pazienza:
possibile che su questo divano Ascilto sia l'unico a essere
lasciato in pace?». «Allora» risponde Quartilla, «portate il
vasino anche ad Ascilto!». A queste parole il culattone
cambia cavallo e, saltando addosso al mio compare, se lo
lavora a colpi di chiappe e di baci. Gitone, che era in
piedi lì in mezzo, si sbellicava dal ridere. Quartilla, dopo
averlo avvistato, si informa per filo e per segno di chi sia
il ragazzino. E quando io specifico che è mio fratello, lei
ribatte: «Perché allora non mi ha baciata?». Lo chiama lì da
lei, gli si attacca alla bocca. Poi, ficcandogli le mani
sotto il vestito, e tastandogli l'arnese ancora in erba,
commenta: «Questo verrà bene da antipasto nell'orgia di
domani: oggi che mi sono beccata una mazza asinina, di
robetta così ne posso fare a meno».
*
25 Mentre diceva queste cose, Psiche
ridendo le sussurra all'orecchio qualcosa che non riesco a
capire. «Ma certo», esclama Quartilla, «è proprio un ottimo
suggerimento. Non è forse una magnifica occasione per far
sverginare la nostra Pannichide?». Fanno subito entrare una
ragazzina abbastanza graziosa e che non dimostra più di
sette anni, la stessa che era entrata nella nostra camera
insieme a Quartilla. Tutti applaudono e chiedono che si
celebrino le nozze; io, invece, rimango di sasso e dico che
né Gitone, ragazzo quanto mai rispettoso, avrebbe mai avuto
il fegato di commettere una simile porcata, né la ragazzina
aveva l'età per sostenere da donna fatta un assalto in piena
regola. «Non crederai mica» interviene Quartilla «che questa
qui sia più giovane di quanto ero io la prima volta che mi è
toccato andare con un uomo? Che Giunone mi strafulmini, se
mi ricordo d'essere mai stata vergine! Da bambina ho perso
il mio onore coi coetanei, poi, col passare degli anni, me
la facevo con ragazzi sempre più grandi, e così fino ad
oggi. Anzi, credo che proprio di lì venga il proverbio che
dice "chi riesce a reggere un vitello, domani potrà
sollevare un toro"». Così, per evitare che al fratellino
possa succedere qualcosa di peggio lontano da me, mi alzo
per assistere alla cerimonia nuziale.
26 Psiche aveva già avvolto la testa
della ragazzina nel velo nuziale rosso porpora, il culattone
ci stava già facendo strada con la torcia in mano, e le
donne, ubriache com'erano, applaudivano schierate in fila,
mentre sul letto avevano già sistemato la coperta destinata
allo stupro. Quartilla allora, più infoiata ancora da quella
messinscena, si alza anche lei, afferra Gitone per mano e lo
trascina in camera.
A dir la verità la cosa non fa granché
schifo al ragazzo, né sembra che la bimbetta si spaventi a
sentir parlare di nozze. Così, mentre i due si buttano a
letto dopo esser stati chiusi dentro, noi ci sediamo di
fronte alla porta della stanza, e Quartilla è la prima che,
ficcando il suo occhio vizioso in un foro praticato apposta,
spia con morbosa curiosità i giochetti dei due poppanti.
Poi, con tocchi sinuosi, spinge anche me a contemplare
quello spettacolo, ma, siccome così facendo ci sfioriamo la
faccia, lei - non appena la scenetta ha un attimo di tregua
- sporge in quell'attimo le labbra e come di nascosto mi
slinguazza furtiva la bocca a colpi di baci.
*
Buttati sui letti, passiamo il resto
della notte senza nulla temere.
*
Arriva il terzo giorno, cioè quello che
noi aspettiamo per partecipare alla cena d'addio. Solo che,
rotti com'eravamo in tutto il corpo, l'idea di alzare i
tacchi ci andava più a genio che la prospettiva di starcene
lì a poltrire. Così, mentre discutiamo mogi mogi su quale
sia il modo migliore per evitare la tempesta che c'è
nell'aria, arriva a liberarci da ogni perplessità un servo
di Agamennone che ci interpella: «Come? Ma allora non sapete
da chi si va oggi! Da Trimalcione, uno che scoppia di soldi,
e in sala da pranzo ha un orologio e un trombettiere,
piazzato lì apposta per ricordargli via via quanto tempo
della sua vita se n'è andato». A queste parole, scordandoci
di tutti i nostri guai, ci intabarriamo per bene e ordiniamo
a Gitone - ben felice di recitare la parte dello schiavo -
di venire con noi alle terme.
27 Nel frattempo, senza stare a
spogliarci, ci mettiamo a gironzolare... anzi a fare battute
passando da un gruppo all'altro, quando all'improvviso
vediamo un vecchio crapa pelata con addosso una tunica rosso
fuoco, impegnato a giocare a palla in mezzo a dei giovani
con i capelli lunghi. Ciò che colpì la nostra attenzione non
erano tanto i ragazzi (anche se ne valeva la pena), quanto
piuttosto il loro padrone che, con le pantofole ai piedi, si
stava allenando con una palla color verde pisello. Il bello
è che non raccattava mica quelle che cadevano a terra, ma
c'era lì un servo pronto con una sacca piena di palle di
riserva da distribuire ai giocatori. Notammo anche delle
altre bizzarrie: impalati alle estremità opposte del cerchio
c'erano i due eunuchi, il primo con in mano un pitale
d'argento, il secondo intento a conteggiare non tanto le
palle che passavano di mano in mano nel corso del gioco,
quanto quelle che cadevano a terra. Mentre noi siamo lì a
guardare a bocca aperta quelle finezze, arriva di corsa
Menelao che dice: «Ecco da chi andate a mangiare stasera,
anche se quel che avete visto è soltanto l'inizio». Menelao
aveva appena finito di parlare, che Trimalcione schiocca le
dita e a quel segnale l'eunuco porge il pitale al giocatore.
E quello, dopo aver scaricato la vescica, si fa portare
dell'acqua per le mani, la sfiora appena con le dita e
quindi se le asciuga coi capelli di uno dei ragazzi.
28 Impossibile notare tutta quella sfilza
di particolari. Così entriamo nel bagno e, una volta madidi
di sudore, in un lampo ci ficchiamo sotto la doccia fredda.
Intanto Trimalcione, pieno di creme, si stava asciugando non
con le solite salviette, ma con asciugamani di lana
finissima. Nel contempo tre massaggiatori gli trincano
bottiglie di Falerno davanti agli occhi, ma siccome
litigando tra loro ne versano un bel po' per terra,
Trimalcione dice che è tutto alla sua salute. Poi, bardato
in una veste scarlatta, viene issato su una portantina
preceduta da quattro lacchè in livrea e da una specie di
carrozzina a mano nella quale c'era il suo tesoro, un
bambino con la faccia da vecchietto, tutto cisposo e più
brutto ancora del suo padrone. Mentre lo trasportano in
questo modo, gli si avvicina un musicista con un flauto
minuscolo in mano, che per tutto il tragitto gli fa da
colonna sonora, come se gli sussurrasse qualcosa alle
orecchie.
Dietro veniamo noi, già un po' seccati da
tutte quelle sorprese, e, sempre insieme ad Agamennone,
arriviamo alla porta di casa, sul cui stipite era inchiodato
un cartello con su scritte queste parole: «Qualsiasi servo
esca di casa senza il permesso del padrone, riceverà cento
frustate». Sempre lì sull'ingresso c'era un portiere in
uniforme verdognola con in vita tanto di cintura color
ciliegia e intento a sbucciare piselli su un vassoio
d'argento. Sulla soglia penzolava una gabbia d'oro con
dentro una gazza screziata che dava il benvenuto alla gente
in arrivo.
29 E mentre io me ne sto lì impalato a
guardare tutte quelle cose, faccio un salto indietro che per
poco non mi spacco una gamba. Infatti, a sinistra per chi
entrava, a pochi passi dalla guardiola del portinaio, vedo
dipinto sul muro un cane gigantesco tenuto però alla catena
e con sopra scritto a lettere cubitali: «Attenti al cane». I
miei soci scoppiano a ridere. Ma io, dopo essermi ripreso
dallo spavento, mi rimetto a studiare la parete esaminandola
per intero. C'era dipinto un mercato di schiavi con tanto di
cartellino al collo e Trimalcione in persona che, con
capelli fluenti e in mano il caduceo, faceva ingresso a Roma
scortato da Minerva. Di seguito il pittore compiacente lo
aveva accuratamente effigiato con tanto di cartigli
nell'atto di imparare a far di conto e poi nel giorno in cui
era stato nominato tesoriere. In fondo al portico, Mercurio
lo issava verso un altissimo trono prendendolo per il mento.
Al suo fianco c'era la Fortuna con il corno dell'abbondanza
e le tre Parche impegnate a filare con conocchie d'oro. Nel
portico vedo anche una squadra di atleti intenti ad
allenarsi nella corsa sotto la guida di un preparatore. In
un angolo noto poi un grosso armadio, dentro cui, in una
nicchia, c'erano dei Lari d'argento, una statua di Venere in
marmo e un calice d'oro di proporzioni ragguardevoli, nel
quale si vociferava fossero conservati i peli della prima
barba di Trimalcione.
A quel punto attacco a chiedere al
maggiordomo che cosa rappresentino le pitture visibili al
centro. «L'Iliade e l'Odissea» risponde lui,
«e l'incontro tra i gladiatori di Lenate».
30 Ma non era davvero possibile star lì a
osservare tutta quella roba
Eravamo ormai in prossimità della sala da
pranzo, dove un sovrintendente stava facendo dei conti. Ma a
colpirmi fu soprattutto un particolare: sugli stipiti della
sala erano inchiodati dei fasci con tanto di scuri, che
sulla punta terminavano in una specie di rostro di nave in
bronzo, su cui era incisa la frase: «A G. Pompeo
Trimalcione, seviro Augustale, il tesoriere Cinnamo». Al di
sotto di quella scritta c'era una lampada a due becchi
appesa al soffitto e, ai lati, fissate ai battenti, due
tavole, in una delle quali, se non ricordo male, si leggeva:
«Il 30 e il 31 di dicembre il nostro Gaio cena fuori».
Sull'altra erano invece dipinti il corso della luna nel
cielo e le immagini di sette pianeti, mentre una borchia
distingueva i giorni fortunati da quelli disgraziati.
Imbottiti come siamo da queste
meraviglie, non appena cerchiamo di entrare nella sala da
pranzo, ecco che uno schiavetto, che era lì proprio per
questo, esclama: «Col piede destro!». Sinceramente siamo un
po' preoccupati all'idea che qualcuno di noi varchi la
soglia senza rispettare quell'indicazione. Poi, mentre
alziamo tutti insieme all'unisono il piede destro, uno
schiavo completamente nudo si viene a buttare ai nostri
piedi e attacca a supplicarci di fargli togliere il castigo
che gli era stato inflitto per una colpa in effetti non
troppo grave (alle terme gli avevano rubato i vestiti del
tesoriere che valevano a malapena sei sesterzi) e per la
quale adesso rischiava grosso. Allora noi tiriamo indietro
il piede destro, e supplichiamo il tesoriere impegnato a
contare monete d'oro nell'atrio di perdonare quello schiavo.
Ma il tipo ci guarda con faccia piena di boria e fa: «Non è
tanto il danno subito a darmi fastidio, quanto piuttosto la
negligenza di questo buono a nulla di un servo. Ha perso un
completino da sera che mi era stato regalato da un cliente
per il mio compleanno. E anche se l'avevo già fatto lavare
una volta, era pur sempre della roba di Tiro. Ma insomma,
che cosa volete? Ma sì, prendetevelo pure».
31 Toccati da un gesto di tale
generosità, stavamo entrando in sala da pranzo, quando ci si
para davanti quello stesso servo per il quale eravamo
intervenuti e, con noi che lo guardiamo allibiti, ci
sommerge letteralmente di baci per ringraziarci del nostro
buon cuore e aggiunge: «Presto saprete chi avete aiutato:
sono io che ho l'incarico di versare il vino del padrone».
Finalmente ci sediamo a tavola, mentre
degli schiavi alessandrini ci versano sulle mani dell'acqua
ghiacciata, subito rimpiazzati da altri che, inginocchiati
ai nostri piedi, cominciano a tagliarci le pellicine delle
unghie con una precisione incredibile. E mentre erano
impegnati in questo ingrato servizio non stavano mica a
bocca chiusa, ma accompagnavano il tutto cantando. Siccome
volevo capire se tutta la servitù avesse quella
caratteristica, chiedo che mi portino da bere. In men che
non si dica uno schiavetto mi serve emettendo un gorgheggio
non meno stridulo, e così tutti gli altri se solo si
ordinava qualcosa. Al punto che più che a pranzo in casa di
un padre di famiglia, sembrava di essere in mezzo a una
compagnia di mimi.
Nel frattempo ci viene servito un
antipasto mica male: tutti avevano infatti già preso posto,
salvo il solo Trimalcione cui, in virtù di un'usanza del
tutto nuova, era stato riservato quello d'onore. Al centro
del piatto di portata troneggiava un asinello in bronzo di
Corinto, con sopra un basto che da una parte era pieno di
olive nere e dall'altra di chiare. Sulla groppa dell'animale
c'erano due piatti sui cui orli era stato inciso il nome di
Trimalcione e il peso dell'argento. In aggiunta c'erano poi
dei ponticelli saldati insieme che sorreggevano dei ghiri
conditi con miele e salsa di papavero. E ancora c'erano
delle salsicce che friggevano sopra una graticola d'argento
e, sotto la graticola, prugne di Siria con chicchi di
melagrana.
32 Eravamo nel pieno di quelle delizie,
quand'ecco che Trimalcione in persona fa il suo ingresso
trasportato a suon di musica, sdraiato su soffici cuscini, e
noi scoppiamo a ridere perché la cosa ci coglie alla
sprovvista. Gli spuntava la crapa pelata da sotto un
mantello rosso fuoco e intorno al collo già imbacuccato per
bene si era avvolto un foulard orlato di porpora con frange
svolazzanti da una parte e dall'altra. Al mignolo della mano
sinistra portava un enorme anello dorato, mentre nell'ultima
falange dell'anulare ne aveva uno più piccolo che secondo me
era tutto d'oro ma con saldate sopra delle scaglie di ferro
fatte a forma di stella. E per non limitarsi a sfoggiare
soltanto quei preziosi, si scopre il bicipite destro su cui
facevano un gran figurone un bracciale d'oro e un cerchietto
d'avorio chiuso da una lamina piena di luce.
33 Dopo essersi dato una ripassata tra i
denti con uno stuzzicadenti d'argento, dice: «Amici, ad
essere sincero non mi andava ancora di venire a tavola, ma
per non farvi cominciare il pranzo in ritardo per la mia
assenza, ho preferito sacrificare i comodi miei. Ciò
nonostante permettetemi di finire la partita». Infatti gli
veniva dietro un ragazzino con in mano una scacchiera di
radica e dei dadi di cristallo, e io notai un particolare
che era il colmo della raffinatezza: al posto delle pedine
bianche e nere aveva infatti delle monete d'oro e d'argento.
E mentre lui continuava a giocare bestemmiando come un
perfetto portuale, e noi eravamo ancora all'antipasto, viene
portato un vassoio con sopra un cestino contenente una
gallina di legno che aveva le ali aperte a cerchio, come di
solito fanno quando covano le uova. Subito si avvicinano due
servi che, sul sottofondo assordante della musica,
cominciano a frugare in mezzo alla paglia e tirano fuori una
serie di uova di pavone che distribuiscono tra i commensali.
Di fronte al colpo di scena, Trimalcione si volta e ci
comunica: «Amici, ho fatto mettere sotto la gallina delle
uova di pavone ma, per dio, mi sa che ci sia già dentro il
pulcino. In ogni modo vediamo un po' se si possono ancora
inghiottire». Noi allora prendiamo dei cucchiaini che non
pesavano meno di mezza libbra e rompiamo quelle uova
ricoperte con un impasto di farina. Io stavo quasi per
buttar via il mio perché mi sembrava che dentro ci fosse già
il pulcino. Ma poi, quando sento un habitué di quelle
serate dire "mi sa che qui dentro c'è qualcosa di buono",
frugo un po' con la mano dentro al guscio e ci trovo un
beccaccino da favola immerso in salsa piccante di tuorlo.
34 Nel frattempo Trimalcione aveva finito
la partita e si era fatto servire ogni cosa, invitando a
gran voce chi di noi avesse voluto prendere ancora del vino
al miele, quando all'improvviso ricomincia la musica a un
preciso segnale e una squadra di servi porta via gli
antipasti cantando in coro. Ma nel mezzo di quel caos, caso
vuole che cada un piatto d'argento e che subito uno
schiavetto lo raccatti: Trimalcione se ne accorge e ordina
di schiaffeggiare il ragazzino e di ributtare a terra il
piatto che finisce scopato via insieme a tutto il resto da
un guardarobiere comparso immediatamente. Poi entrano in
sala due capelloni etiopi con in mano dei piccoli otri
uguali a quelli che usano allo stadio per spargere la
sabbia, e ci versano del vino sulle mani. Di acqua infatti
nemmeno a parlarne.
Siccome facciamo un sacco di complimenti
al padrone di casa per tutto quel lusso, lui dice: «A Marte
piace il giusto. Per questo ho ordinato che a ciascuno
venisse assegnato un tavolo personale. Ma anche perché
questi schiavi puzzolenti ci soffino meno sul collo andando
su e giù per la stanza».
Un attimo dopo arrivano delle anfore di
cristallo scrupolosamente sigillate e con delle etichette
incollate al collo con su scritto: «Falerno Opimiano di
cent'anni». Mentre eravamo impegnati a leggere, Trimalcione
batte le mani urlando: «Oddio, dunque il vino vive più a
lungo di un pover'uomo. Ma allora scoliamocelo d'un fiato!
Il vino è vita e questo è Opimiano puro. Ieri non ne ho
offerto di così buono, eppure avevo a cena gente ben più di
riguardo». Mentre noi tracanniamo e osserviamo con gli occhi
sgranati tutto quel ben di dio, arriva un servo con uno
scheletro d'argento costruito in maniera tale che lo snodo
delle vertebre e delle giunture permetteva qualunque tipo di
movimento. Dopo averlo buttato a più riprese sul tavolo
facendogli assumere varie posizioni grazie alla struttura
mobile, Trimalcione aggiunge:
«Ahimè, miseri noi, che cosa da nulla è
un pover'uomo.
Noi tutti saremo così il giorno che
l'Orco ci prende.
Ma allora viviamo, finché godere
possiamo».
35 A questo elogio funebre segue una
portata inferiore all'attesa, ma capace di far spalancare
gli occhi a tutti per la sua assoluta originalità. Era
infatti una grossa teglia rotonda che aveva tutto intorno i
segni dello zodiaco, sopra ciascuno dei quali il cuoco aveva
piazzato una specialità appropriata al simbolo: sull'Ariete
dei ceci di Arezzo; sul Toro un quarto di bue; sui Gemelli
testicoli e rognoni; sul Cancro una corona; sul Leone fichi
africani; sulla Vergine una vagina di scrofa; sulla Libra
una bilancia con una focaccia in un piatto e un polpettone
nell'altro; sullo Scorpione un pesciolino di mare; sul
Sagittario un gufo; sul Capricorno un'aragosta;
sull'Acquario un'oca; sui Pesci due triglie. Al centro, poi,
una zolla di terra strappata con tutta l'erba attaccata
sosteneva un favo di miele. Uno schiavetto egiziano
distribuiva pane caldo in giro prendendolo da un forno
portatile d'argento.
... e anche lui con una voce d'inferno
attacca una tirata dal mimo Il venditore di silfio.
Ma quando Trimalcione si accorge che quei cibi tanto
ordinari non li abbiamo accolti con troppo slancio, dice:
«Abbiate fiducia e pensiamo a mangiare: il meglio della cena
è proprio questo».
36 Dopo la battuta di Trimalcione,
quattro servi entrano ballando al ritmo di un'orchestra e
scoperchiano il vassoio. E cosa ti vediamo dentro? Capponi,
mammelle di scrofa e, al centro, una lepre con tanto di ali
che sembrava un Pegaso. Agli angoli del vassoio notiamo
anche quattro statuette di Marsia, che da piccoli otri
innaffiavano di salsa piccante dei pesci che ci sguazzavano
dentro come in un braccio di mare. Applaudiamo tutti
unendoci ai servi e, nell'allegria generale, ci buttiamo su
quel ben di dio. E Trimalcione, come noi al settimo cielo
per quella nuova portata, urla: «Trincia!». Subito arriva un
trinciatore che, muovendosi lui pure al ritmo
dell'orchestra, taglia la carne così bene che lo avresti
detto un essedario impegnato a combattere sul carro al suono
dell'organo. Trimalcione, intanto, continuava a ripetere
«Trincia! Trincia!» con la sua voce strascicata. E io,
sospettando che quella parola ripetuta tante volte
contenesse un qualche sottosenso spiritoso, non esitai a
chiederlo al commensale seduto al mio fianco. Ma quello, che
di sicuro aveva assistito già altre volte a pantomime del
genere, mi spiega: «Lo vedi il servo che taglia le pietanze?
Ebbene si chiama Trincia. Così, ogni volta che Trimalcione
dice "Trincia", con una parola sola lo chiama e gli dà un
ordine».
37 Io non riuscivo più a buttare giù
nulla ma, rivolgendomi a lui per saperne di più, la presi
alla larga e gli chiese chi fosse quella donna che
continuava ad andare avanti e indietro. «Ma è la moglie di
Trimalcione» specifica lui, «si chiama Fortunata e i soldi
li conta a palate. E lo sai cos'era fino all'altro ieri?
Lasciamelo dire: era una che da lei non avresti accettato
nemmeno un tozzo di pane. Adesso, non chiedermi come né
perché, ha toccato il cielo con il dito ed è il braccio
destro di Trimalcione. Al punto che se a mezzogiorno
spaccato lei gli dice che è notte, lui ci crede anche. Lui
stesso non lo sa mica quanto ha, tanto è ricco sfondato. Ma
quella figlia di troia ne sa una più del diavolo e non le
sfugge niente. Mangia poco, non beve, e ha la testa sul
collo: tutto oro quel che vedi. Però ha una lingua, una vera
cornacchia! Chi ama ama, chi non ama non ama. Lui,
Trimalcione, ha tante terre che per vederle ci vorrebbero le
ali di un nibbio e fa soldi su soldi. Nella guardiola del
suo portiere c'è più oro di quanto altri ne hanno in un
patrimonio intiero. Circa la servitù, lasciamo perdere: ad
aver visto in faccia il padrone, porcaccia la miseria, ce ne
sarà sì e no uno su dieci. Sta di fatto che questi scrocconi
lui se li rivolta come vuole.
38 E non ti credere che compri qualcosa.
Gli cresce tutto in casa: lana, cedri, pepe. E se gli chiedi
latte di gallina, lui te lo trova. Per fartela breve, visto
che la lana di sua produzione non era un granché, ha
acquistato a Taranto dei montoni fuoriclasse e li ha messi a
montare il gregge. Un'altra volta, per avere miele
dell'Attica in casa, ha ordinato che gli portassero le api
dall'Attica, in modo che le api nostrane migliorassero un
po' stando insieme alle greche. Addirittura in questi giorni
ha scritto in India che gli spediscano il seme dei funghi.
Non ha una sola mula che non sia figlia di un onagro. Guarda
quanti cuscini: ebbene, sono tutti imbottiti con porpora o
scarlatto. Questa sì che è fortuna! Gli altri suoi compagni
di schiavitù di un tempo, occhio a non prenderli sotto
gamba. Si son fatti i soldi anche loro. Lo vedi quello che è
sdraiato per ultimo nell'ultima fila? Bene, oggi avrà almeno
ottocentomila sesterzi ed è venuto su dal nulla. Figurati
che fino a ieri portava la legna sulle spalle. Io non lo so
per certo, l'ho solo sentito, ma gira voce che abbia rubato
il berretto a Incubo e ci abbia trovato dentro un tesoro. Io
però non lo invidio mica uno che dio gli ha fatto un regalo.
Lui però puzza ancora di schiavo e se la tira da gran
signore. E non è mica tanto che ha fatto appendere fuori
questo avviso: "Dal 1° luglio G. Pompeo Diogene affitta
questo solaio perché si è fatto l'appartamento". E
quell'altro che adesso è là seduto al posto dei liberti? Lui
sì che se la passava bene! Non che ce l'abbia con lui. Era
arrivato a toccare il milione, e poi zac è crollato. Quello
non ha più manco i capelli senza ipoteche! E perdio, non è
mica colpa sua. Credimi, non c'è persona migliore di lui.
Chi gli ha fregato tutto sono stati dei liberti avanzi di
galera. Ricordatelo bene: la pentola in comune non c'è mai
dentro niente di buono, e quando va male, gli amici ti
saluto e sono. Adesso lo vedi ridotto in quel modo, ma
sapessi che bel lavoro faceva! Impresario di pompe funebri,
era. A tavola era roba da re: cinghiali impanati, timballi
al forno, uccelli, cuochi, fornai. A tavola scorreva più
vino di quanto se ne può avere in cantina. Un sogno fatto
uomo. Ma quando ha iniziato a girargli storta, per evitare
che i creditori lo pensassero con l'acqua alla gola, ha
organizzato una vendita all'incanto con questo slogan:
"G. Giulio Proculo mette all'asta quello che non gli
serve"».
39 Quando ormai ci avevano già portato
via i piatti e i commensali cominciavano a straparlare
dandoci dentro della grossa col vino, Trimalcione,
appoggiato sul gomito, interrompe questo ameno monologo
dicendo: «A un vino così bisogna fargli onore. I pesci
bisogna che nuotino. Ma ditemi un po', non crederete mica
che stasera mi accontenti di quello che avete visto su
quella teglia?
"Conoscete così poco Ulisse?".
E allora? Anche seduti a tavola, un po'
di cultura non fa mica male. Con buona pace di quella buon'anima
del mio padrone, che mi ha voluto uomo fra gli uomini. A me
non c'è niente che mi prenda alla sprovvista, e quel
piattino di prima ve ne ha dato la prova. Questo cielo che
vedete ci abitano dentro dodici dèi che a loro volta si
trasformano in altrettanti simboli e adesso diventa
l'Ariete. Chi nasce sotto quel segno, avrà molte pecore,
molta lana, la faccia di bronzo, la testa dura e il corno
sempre sull'attenti. Sotto questo segno nascono molti
letterati e rompipalle». Noi facciamo un sacco di
complimenti a quella battuta da astrologo, e lui riattacca
dicendo: «Poi tutto il cielo diventa Toro. Ed è in questa
congiuntura che nascono gli scontrosi, i burini e quelli che
bastano a se stessi. Sotto i Gemelli vengono fuori le bighe,
i buoi, i coglioni e quelli che tengono il piede dentro due
scarpe. Sotto il Cancro ci sono nato io. Per questo sono ben
piantato su molti piedi e ho un sacco di possedimenti in
terra e in mare. E infatti il granchio sta bene sia lì che
qui, ed è per questo che non ci ho fatto mettere sopra
nulla, perché niente coprisse il mio segno. Sotto il Leone
nascono poi i crapuloni e i prepotenti; sotto la Vergine le
femminucce, gli schiavi che se la svignano e quelli che
finiscono ai ceppi; sotto la Bilancia i macellai, i
profumieri e tutti quelli che vendono merci a peso; sotto lo
Scorpione gli avvelenatori e gli assassini; sotto il
Sagittario gli strabici che adocchiano la verdura e si
fottono il lardo; sotto il Capricorno i disgraziati che si
ritrovano le corna sulla testa per colpa dei loro mali;
sotto l'Acquario gli osti e le teste di rapa; sotto i Pesci
gli chef e i retori. Così gira il mondo come una
ruota, e sono sempre guai, sia che gli uomini nascano sia
che muoiano. Ecco perché al centro vedete quella zolla con
sopra il favo: non faccio mai nulla senza buoni motivi. Nel
mezzo c'è la madre terra rotonda come un uovo, e racchiude
dentro di sé ogni bene come un favo».
40 «Bravissimo!» gridiamo in coro, e con
le mani tese verso il soffitto giuriamo che uomini come
Ipparco e Arato non sono degni manco di allacciargli le
scarpe, quand'ecco entrano dei servi e sistemano sui
triclini dei copriletti che avevano ricamate sopra le reti e
cacciatori appostati con in mano gli spiedi e tutti gli
arnesi per la caccia. Non sapevamo ancora cosa dovessimo
immaginare, quando da fuori della sala si leva un grande
baccano, ed ecco che dei cani della Laconia entrano e si
mettono a correre all'impazzata intorno alla tavola. A ruota
arriva una grossa teglia sulla quale giganteggia un enorme
cinghiale con in testa un berretto da liberto: alle sue
zanne sono appesi due piccoli cestini di palma intrecciata,
pieni uno di datteri freschi e l'altro di secchi. Tutto
intorno c'erano dei maialini di pasta di mandorle che,
essendo attaccati più o meno alle mammelle, facevano capire
che si trattava di una femmina. Ce li regalano, da portarli
poi via a fine cena. A tagliare il cinghiale non si presenta
quel Trincia che aveva fatto le parti coi polli, ma un
energumeno barbuto con le gambe fasciate e un mantello
damascato sulle spalle. Impugnato un coltello da caccia, il
tipo cala un colpo tremendo nel fianco del cinghiale e dallo
squarcio ne esce uno stormo di tordi in volo. Ma lì c'erano
già pronti gli uccellatori con tanto di canne, e in un
battibaleno li riacciuffano mentre quelli svolazzano per la
sala. Dopo aver ordinato di darne uno a ogni invitato,
aggiunge: «Guardate un po' che ghiande prelibate si pappava
quel porco selvatico!». Due schiavetti afferrano i cestini
che pendevano dalle zanne del cinghiale e distribuiscono
agli invitati i datteri freschi e quelli secchi.
41 Nel frattempo, appartato com'ero nel
mio cantuccio, io mi spremevo le meningi per capire perché
mai quel cinghiale avesse in testa il berretto dei liberti.
Dopo aver fatto le supposizioni più assurde, mi decido a
interpellare di nuovo il mio vicino chiedendogli lumi sul
problema che mi assilla. E lui mi fa: «Anche il tuo servo te
lo può spiegare benissimo: non è mica un mistero, lo sanno
tutti. Visto che gli invitati di ieri sera hanno rimandato
indietro questo cinghiale perché scoppiavano di cibo, per
questo oggi ritorna a tavola acconciato da liberto». Me la
prendo con la mia stupidità e non gli domando più nulla per
non dar l'impressione di essere uno che a tavola con gente
per bene non c'è mai stato.
Mentre parliamo di queste cose, uno
schiavetto bellissimo con i capelli pieni di foglie di vite
e di edera e che dice di essere un po' Bromio, un po' Lieo
ed Evio, distribuisce grappoli d'uva prendendoli da un
cestino e propina versi del padrone con una voce da rompere
i timpani. E Trimalcione, voltandosi in direzione di quel
suono, dice: «Dioniso, sii libero». Lo schiavetto toglie il
cappello al cinghiale e se lo mette in testa. Trimalcione
allora insiste: «Ora non potrete più negare che ho il padre
Libero». Applaudiamo la battuta di Trimalcione e copriamo
letteralmente di baci il ragazzino impegnato nel suo secondo
giro.
Dopo questa portata Trimalcione si alza
per andare al cesso. E noi, non sentendoci più in soggezione
per la sua ingombrante presenza, ci mettiamo a discutere
delle cose di cui si parla a tavola. Dama, dopo essersi
scolato un bel boccale di vino, rompe il ghiaccio dicendo:
«Il giorno dura un istante. Non fai a tempo a voltarti, che
è subito notte. Perciò non c'è niente di meglio che passare
dal letto alla tavola. E poi abbiamo avuto un freddo del
boia, che quasi non bastava il bagno per scaldarmi le ossa.
Credetemi, una bella bibita calda è meglio di una coperta.
Ne ho tirate giù un bel po' e adesso sono giù ubriaco
fradicio. Il vino mi ha dato alla testa».
42 Alla conversazione prende parte anche
Seleuco dicendo: «Io non mi lavo mica tutti i giorni, perché
il bagno è una cosa da lavandaie: l'acqua ha i denti e ogni
giorno ti scola via un pezzo di cuore. Ma basta che mi
faccia un bel bicchiere di vino al miele e al freddo gli
dico di fottersi. E poi oggi il bagno non l'ho potuto fare
perché sono andato a un funerale. Quel povero diavolo di
Crisanto, un vero gentiluomo, se n'è andato e mi aveva fatto
chiamare un attimo prima. Mi sembra ancora di averlo qui
davanti che parliamo. Mah! Siamo otri gonfiati che
camminano. Siamo meno delle mosche, che almeno un po' di
vitalità ce l'hanno, mentre noi non siamo altro che bolle. E
se non avesse fatto la dieta terribile che sappiamo? È
andato avanti cinque giorni senza inghiottire una goccia
d'acqua o una briciola di pane. Eppure è finito nel mondo
dei più. La sua morte ce l'hanno sulla coscienza i medici, o
piuttosto un destino stramaledetto. A cosa servono poi i
medici se non a tirare su il morale? Però gli hanno fatto un
funerale coi fiocchi, disteso sul suo letto pieno di addobbi
di lusso. In più l'hanno pianto di cuore per tutti quegli
schiavi che aveva affrancato, mentre la sola che fingesse di
essere straziata era la moglie. E che diamine avrebbe fatto,
se lui non l'avesse sempre trattata come una regina? Le
donne, che sanguisughe, le donne! Non si dovrebbe mai fargli
del bene, perché è come buttarlo in un pozzo. L'amore col
tempo è come averci il cancro».
43 Il tipo cominciava a seccare, tanto
che Filerote salta su e dice: «E i vivi dove li mettiamo?
Quel tale ha avuto ciò che si meritava: ha vissuto bene e
bene è morto. Che ha da lagnarsi? È venuto su dal nulla ed
era pronto a raccattare coi denti una moneta nel pieno della
merda. E così è cresciuto come è cresciuto, che sembrava un
favo. E santiddio mi sa che ha lasciato centomila sesterzi
tranquilli, e tutti sull'unghia. Eppure, volete sapere come
stanno davvero le cose? Ve lo dico io che non ho peli sulla
lingua: era un cafone, una mala lingua, un rissoso di
natura, mica un uomo. Suo fratello, lui sì che c'aveva le
palle, un vero amico con gli amici, generoso e con la tavola
sempre imbandita. All'inizio non gli andò per il verso
giusto, poi si rimise in sesto con la prima vendemmia,
perché riuscì a vendere il vino a quanto voleva lui. Ma
quello che lo rimise del tutto in carreggiata fu un'eredità
dalla quale sgraffignò più di quanto gli toccasse. Ma da
deficiente qual era andò poi a litigare col fratello,
lasciando tutta la sua fortuna a non so quale figlio di
nessuno. Chi pianta in asso la sua gente finisce a rotoli.
Aveva dei servi che considerava oracoli, e quelli lo
aiutarono a finire sul lastrico. Chi fa in fretta a fidarsi
del prossimo, finisce che non combina niente di buono,
specie se è nel ramo degli affari. Ma una cosa è certa:
finché visse, se la spassò alla grande... chi ha avuto, e
non chi avrebbe dovuto avere. Era davvero nato con la
camicia. In mano sua il piombo diventava oro (che poi è uno
scherzo, se tutto gira alla perfezione). E quanti anni
credete che avesse? Settanta e rotti. Ma era fatto di ferro,
e se li portava bene gli anni, nero come un corvo. Io lo
conoscevo dalla notte dei tempi, ma era ancora attivo
sessualmente. E mi sa che in casa sua non risparmiasse
nemmeno la cagna. E andava anche coi ragazzini, non si
tirava mai indietro. Non gli do mica torto: in fondo questa
è la sola cosa che si sia portato dietro con sé».
44 Dopo la tirata di Filerote, interviene
Ganimede: «Questa è roba che non sta né in cielo né in
terra, e nel mentre nessuno ci pensa ai morsi della
carestia. Oggi, maledetta miseria, non sono riuscito a
trovare un tozzo di pane. E la siccità non vuole mica
finirla! E intanto è da un anno che c'è la fame. Gli venisse
un colpo agli edili, che fanno le combines coi
fornai: "Aiuta me che aiuto te" dicono, mentre la povera
gente tira la cinghia e per quelle canaglie è sempre
carnevale. Ah, se ci fossero ancora quei duri che ho trovato
qui la prima volta che son venuto dall'Asia! Quello sì che
era vivere. Se il grano della Sicilia non valeva un fico
secco, a 'sti pezzi di galera quelli là gliene davano un
sacco e una sporta, che sembrava venisse giù il cielo. Me ne
ricordo uno, Safinio: quand'ero ancora un ragazzino, lui
stava dalle parti dell'Arco Vecchio. Era un demonio, non un
uomo. Dove passava lui, faceva terra bruciata. Ma era
onesto, leale, amico con gli amici, potevi giocarci alla
morra anche al buio. E in Senato poi, come se li rigirava
tutti, dal primo all'ultimo, e come parlava chiaro, senza
fare tanti giri di parole. Nel foro, poi, quando aveva la
parola lui, era come sentire una tromba. E mai una goccia di
sudore o uno sputo: aveva un non so che di asiatico. E con
che gentilezza ti salutava, ricordandosi il nome di tutti,
come se fosse uno di noi! Così a quei tempi la roba costava
una miseria. Comprando un soldo di pane, non si riusciva
mica a finirlo in due. Adesso ti danno dei panini che un
occhio di bue è più grosso! Poveri noi, ogni giorno che
passa è sempre peggio. Questo paese cresce in senso
contrario, come la coda di un vitello. Ma come volete che
vada se abbiamo un edile che non vale un fico secco, e che
darebbe la nostra vita in cambio di una lira? A casa sua se
la spassa, e guadagna più lui in un giorno che il resto
della gente in tutta la vita. Io lo so benissimo come ha
fatto ad arraffare mille denari d'oro. Se solo noi avessimo
le palle, quello lì non se la spasserebbe tanto. Il fatto è
che a casa siamo tutti leoni, mentre fuori diventiamo
pecore. Per quel che mi riguarda, ho già venduto gli stracci
che avevo e, se continua la carestia, finisce che mi dò via
anche la baracca. Come volete che vada a finire, se gli dèi
e gli uomini continuano a fregarsene di questo paese? Mi
scommetterei i figli che tutto questo ce lo mandano gli dèi.
Nessuno più crede che il cielo sia il cielo, nessuno più
rispetta il digiuno, tutti se ne infischiano del padreterno,
e sanno solo sgranare gli occhi per contare la roba che
hanno. Una volta le signore bene salivano scalze in
Campidoglio, coi capelli sciolti e il cuore puro, e
imploravano Giove che facesse piovere. Subito veniva giù a
catinelle. Ora o mai, e tutti ridevano, fradici come sorci.
Oggi invece gli dèi sono imbestialiti perché non c'è più
religione. E intanto i campi se ne vanno in malora...».
45 «Ma per piacere» lo interrompe
Echione, il rigattiere, «non hai niente di più allegro da
raccontarci? "Un po' su e un po' giù", disse il contadino,
dopo aver perso il maiale pezzato. Quello che non è oggi,
sarà domani. Così va la vita. Se solo ci fossero degli
uomini con gli attributi, santiddìo, questo sì che sarebbe
il migliore dei paesi! Ma adesso è piena crisi, e mica solo
qui da noi. Non dobbiamo fare tanto i difficili: tutto il
mondo è paese. Se tu abitassi da un'altra parte, diresti che
qui dalle nostre parti i maiali vanno in giro per le strade
già belli e cotti. E poi abbiamo la prospettiva di goderci
tre giorni di magnifico spettacolo: al posto dei gladiatori
di professione un bel grappolo di liberti. Il nostro Tito ha
un cuore grosso così ed è pieno di iniziative. Comunque, o
questo o quello, alla fin fine qualcosa succederà. Non è
tipo da fare le cose a metà, credete a me che con lui sono
culo e camicia. Farà gareggiare i più grossi campioni in
duelli all'ultimo sangue, col gran massacro finale al
centro, che possano vedere tutti gli spettatori. I mezzi per
farlo ce li ha. Quando suo padre buonanima è morto, lui si è
beccato trenta milioni di sesterzi. Se anche ne spende
quattrocentomila, il suo gruzzolo certo non ne risente, e
lui verrà ricordato in eterno. Ha già per le mani qualche
bel pezzo di galera, più una tizia che combatte sul carro e
il tesoriere di Glicone, quello che l'hanno beccato mentre
se la faceva con la padrona. E in mezzo al pubblico vedrai
che risse tra i mariti gelosi e i seduttori di professione.
E quel pezzente di Glicone, che ha fatto buttare il
tesoriere tra le belve? Questo sì che è svergognarsi agli
occhi di tutti! Che colpa aveva il servo, se era la padrona
che lo costringeva a farlo? Lei piuttosto, quella troiona,
meriterebbe che se la sbattesse un toro. Ma è proprio vero
che chi non può bastonare l'asino, se la prende col basto. E
poi Glicone che cosa si credeva, che dalla gramigna di
Ermogene venisse fuori qualcosa di buono? Avrebbe anche
potuto tagliare le unghie a un nibbio in volo, tanto da un
serpente non nasce mica una corda. E Glicone, Glicone ha
avuto quello che si meritava: le corna se le porta dietro
finché campa, e non gliele toglie nemmeno il diavolo in
persona. Chi rompe paga, e i cocci son tutti suoi. Io sento
già il profumo del banchetto che ci offrirà Mammea, e le due
monete d'oro che ci scapperanno per me e per i miei. Se lo
farà davvero, porterà via a Norbano tutto il favore della
gente. Puoi scommetterci che per lui sarà un trionfo. Ma, a
conti fatti, da quello lì che cosa ci abbiamo ricavato? Ha
fatto gareggiare dei gladiatori da due lire, con un piede
nella bara, che li sbattevi a terra con un soffio. In
passato ho visto dei condannati che di fronte alle bestie
erano molto meglio di loro. Ha fatto ammazzare dei cavalieri
da lampade, che sembravano dei galli da pollaio. Uno era da
caricarlo sul mulo, l'altro aveva i piedi piatti e il terzo,
che doveva sostituire un morto, era già morto pure lui con i
tendini tagliati. L'unico con un po' di fiato da spendere
era un Trace, ma pure lui combatteva come se fosse in
palestra. Alla fine li dovettero frustare, tanto la folla
gridava "Dàgli, dàgli!": dei veri campioni dell'arte della
fuga. "Io comunque uno spettacolo te l'ho offerto", dice
lui. E io ti rispondo: "Ti ho battuto le mani. Tu fatti i
tuoi bravi conti, e vedrai che ti ho dato più di quello che
ho ricevuto. Una mano lava l'altra"».
46 «Mi sa, Agamennone, che tu stai
pensando: "Ma di cosa blatera questo rompiscatole?". È
perché tu che sai parlare, non parli. Tu appartieni a
un'altra categoria, te la ridi dei discorsi dei poveracci.
Lo sappiamo benissimo che a forza di letteratura ti sei
intronato il cervello. E allora? Bisogna che un giorno
riesca a trascinarti in campagna a vedere la mia casetta.
Roba da mangiare ne troveremo: un polletto, due uova e
vedrai che ce la spasseremo, anche se quest'anno il maltempo
ci ha fatto un brutto scherzo. Troveremo il modo di
riempirci fino agli occhi. E là c'è pronto per te un
allievo, il mio piccolo tesoro, che sa già dividere per
quattro e se ce la farà a campare sarà un docile schiavetto
al tuo fianco. Appena ha un attimo di tempo, lo passa con la
testa sui libri. Sale in zucca ne ha, la stoffa è buona,
solo che ha la mania degli uccelli. Un giorno gli ho ucciso
tre cardellini e poi ho dovuto raccontargli che se li era
pappati una donnola. Allora lui si è cercato degli altri
svaghi e adesso va pazzo per la pittura. Ad ogni modo ha
dato un calcio al greco e si è dato al latino che è un
piacere, anche se l'insegnante che ha è uno pieno di boria e
non sta fermo un attimo: arriva, si fa dare da scrivere, ma
voglia di lavorare, figurati. Ce n'è poi un altro che non
sarà un pozzo di scienza ma ce la mette tutta e insegna più
di quello che sa. Di solito ci viene in casa nei giorni di
festa e si accontenta di qualunque cifra gli dai. Adesso ho
comprato al ragazzino qualche testo di diritto, perché
voglio che abbia un'infarinatura nelle questioni legali ad
uso domestico. Quella roba lì sì che dà da mangiare. Di
letteratura si è già imbottito abbastanza. Che se poi non ne
ha voglia, ho deciso di fargli imparare un mestiere: il
barbiere, il banditore di aste, o di sicuro l'avvocato,
qualcosa insomma che gli serva finché campa. Ed è per questo
che ogni giorno gli ripeto: «Primigenio mio, dài retta a
papà, tutto quello che impari, lo impari per te. Guarda
Filerone, l'avvocato: se non avesse studiato, oggi non
metterebbe insieme il pranzo con la cena. Fino all'altro
ieri faceva il facchino, e adesso tiene testa perfino a
Norbano. La cultura è un vero tesoro, e un mestiere non te
lo toglie nessuno».
47 Giravano discorsi di questo tipo,
quando Trimalcione fa il suo ingresso in sala. Si asciuga la
fronte, si lava le mani con una lozione profumata e poi
dice: «Cari amici, perdonatemi, ma già da un po' di giorni
non vado di corpo e i medici non ci capiscono nulla.
Tuttavia mi hanno fatto abbastanza bene la scorza di
melagrana e l'infuso di resina all'aceto, e spero che il mio
intestino torni a fare il suo dignitoso servizio. Se no mi
ricomincia questo gorgoglio dalle parti dello stomaco che
sembro un toro. Anzi se c'è qualcuno di voi che ha bisogno
di andare in bagno, non è proprio il caso di vergognarsene.
Nessuno è venuto al mondo senza buchi. E io non penso ci sia
tortura peggiore che il doversi trattenere. Questa è l'unica
cosa che nemmeno Giove ci può impedire. Ridi, eh Fortunata,
proprio tu che di notte non mi lasci chiudere gli occhi? Ad
ogni modo anche qui in sala da pranzo io non vieto a nessuno
di fare i suoi bisogni, e i medici stessi sconsigliano di
trattenersi. Se poi scappa qualcosa di più grosso, lì fuori
c'è pronto tutto quello che serve: acqua, pitali e il resto
degli accessori. Date retta a me, le flatulenze trattenute
salgono al cervello e poi vanno in circolo per tutto il
corpo. So che molti ci hanno rimesso la pelle, a forza di
non voler guardare le cose in faccia».
Lo ringraziamo per la sua generosa
comprensione, e subito soffochiamo un attacco di riso
bevendo a piccoli sorsi, uno via l'altro. E non sapevamo,
dopo tutta quella roba, di essere - come si dice - appena a
metà strada. Infatti, una volta sparecchiati i tavoli a suon
di musica, ecco entrare tre maiali bianchi provvisti di
guinzagli e campanelli, che hanno, stando a quanto dice il
presentatore, uno due anni, l'altro tre mentre il terzo già
sei. Io pensavo che stessero per entrare gli acrobati e che
i maiali si sarebbero esibiti, come succede nei circhi, in
numeri straordinari. Ma Trimalcione, dissipando subito ogni
dubbio, dice: «Quale di questi volete che vi venga
immediatamente servito? Un galletto domestico, uno
spezzatino di pollo alla Penteo e robetta di questo tipo la
sanno preparare pure i contadini: i miei cuochi sono capaci
di mettere in pentola e cuocere anche vitelli interi». Manda
subito a chiamare un cuoco e, senza aspettare che fossimo
noi a scegliere, gli ordina di scannare il più vecchio,
chiedendogli ad alta voce: «Di che decuria sei?». Quando
quello rispose che era della quarantesima, Trimalcione gli
chiese: «Ti ho comprato fuori, oppure mi sei nato in casa?».
«Né l'uno né l'altro» risponde il cuoco: «ti sono stato
lasciato in eredità da Pansa». «Allora vedi di servire bene,
se no ti faccio sbattere tra i lacchè». Messo sull'avviso
dall'autorità, il cuoco si lascia trascinare in cucina dal
candidato all'arrosto.
48 Trimalcione si gira verso di noi e,
con lo sguardo dolce, dice: «Se il vino non è di vostro
gradimento lo cambiamo. Però bisogna che voi gli facc